Charlotte Joko Beck – Meditare significa accogliere tutto senza filtri

Meditare significa accogliere tutto

Sedere in meditazione significa imparare ad ascoltare profondamente il presente, accogliendo anche il disagio. È attraverso l’attenzione costante al qui e ora che scopriamo la realtà autentica.

Vorrei parlare dell’aspetto fondamentale del sedere. Che siate stati seduti per pochi minuti o per dieci anni, il punto è sempre uguale.

Durante la mia prima sesshin [ritiro zen], molti anni fa, non riuscivo a dire chi fosse più pazzo: io, o quelli che mi sedevano accanto. Terribile. C’erano quaranta gradi, ero coperta di mosche e la sesshin era fatta di rumori e di urla. Mi sentivo delusa e sconcertata. Ma di tanto in tanto potevo parlare con Yasutani Roshi, e quello che vedevo mi spingeva a continuare a sedere. Purtroppo, i primi sei mesi o il primo anno sono i più difficili. Avete davanti confusione, dubbi e problemi, senza essere stati seduti abbastanza per gustare la ricompensa.

Charlotte Joko-Beck Accogliere tutto senza filtri

Ecco uno schema che riassume gli elementi principali di questo insegnamento.

Le difficoltà della pratica sono naturali

Le difficoltà sono naturali, e anche positive. Mentre, a poco a poco, la mente attraversa tutti questi stati, e voi siete seduti li, confusi e ridicoli, in realtà imparate molte cose su voi stessi. E questo non può che tornare a vostro vantaggio. Perciò vi esorto a sedere in gruppo ogni volta che potete, e a parlare altrettanto spesso con un buon insegnante. Così la pratica si trasformerà nella cosa più bella della vostra vita.

Poco importa il nome della pratica: consapevolezza del respiro, shikantaza, studio del koan. Tutte lavorano allo stesso problema: “Chi siamo? Cos’è la vita? Da dove veniamo? Dove andiamo?”. Per arrivare a qualche intuizione è necessario vivere una vita totalmente umana. Vorrei quindi parlare, prima di tutto, dell’aspetto fondamentale del sedere, e farvi capire che parlare di una cosa non è la cosa. Le parole sono solo il dito che indica la luna.

L’aspetto fondamentale del sedere

Sedendo, noi siamo alla scoperta della Realtà, della Natura di buddha, di Dio, della Vera natura. Alcuni usano l’espressione ‘la Grande Mente’. Per affrontare il problema, questa sera preferisco usare le parole: ‘questo preciso momento’.

Nel Sutra del Diamante si legge: “Il passato è inafferrabile, il presente è inafferrabile, il futuro è inafferrabile”. Noi, in questa stanza, dove siamo? Nel passato? No. Nel futuro? Neppure. Nel presente? No, nemmeno nel presente. Non c’è niente che possiamo identificare come il ‘presente’, non ci sono confini che lo delimitano. Tutto ciò che possiamo dire è: ‘Siamo questo preciso momento’. E, poiché non c’è modo di misurarlo, definirlo, inchiodarlo e neppure di conoscerlo, ecco che è sconfinato, illimitato, infinito. Ecco ciò che siamo.

Ma, se è così semplice, che stiamo a fare qui? Potrei dire: “Stiamo in questo preciso momento”. Sembra facile, ma non lo è. Se vederlo fosse così facile, non saremmo qui.

Perché non è facile? Perché non lo vediamo? Come fare per vederlo? Voglio raccontarvi una storia.

Molti anni fa studiavo pianoforte al conservatorio di Oberlin. Ero una buona allieva; non strepitosa, ma buona. Desideravo studiare con un maestro che era indiscutibilmente il migliore: trasformava studenti ordinari in pianisti favolosi. Ed ebbi l’occasione di studiare con il  maestro.

Mi recai alla prima lezione e scoprii che usava due pianoforti. Non mi salutò neppure, sedette al piano, suonò cinque note e disse: “Rifallo”. Dovevo suonare il passaggio allo stesso modo. Suonai. “No”, disse. Suonò una seconda volta, e io suonai una seconda volta. “No”, disse. Andammo avanti così per un’ora, e ogni volta diceva soltanto: “No”.

Nei tre mesi seguenti arrivai a suonare tre battute, diciamo trenta secondi di musica. Io credevo di non essere male, avevo suonato come solista in piccole orchestre sinfoniche. Eppure andammo avanti così per tre mesi, e per tutto il tempo piangevo. Aveva tutte le caratteristiche di un vero maestro: la spinta e la tremenda determinazione a far sì che l’allievo capisse. Ecco perché era ottimo. Un giorno, trascorsi i tre mesi, disse: “Buono”. Cos’era accaduto? Che avevo imparato ad ascoltare. Come diceva: se lo sai ascoltare, lo sai suonare.

Cos’era accaduto in quei tre mesi? Le mie orecchie erano uguali a prima, non avevano subito nessuna trasformazione. Il pezzo non presentava nessuna particolare difficoltà tecnica. Ma avevo imparato ad ascoltare per la prima volta… ed erano tanti anni che suonavo il piano! Avevo imparato a fare attenzione. Ecco perché era un buon maestro: perché insegnava l’attenzione. Studiando con lui si imparava davvero ad ascoltare, a sentire. Se lo sai ascoltare, lo sai suonare. Dalle sue mani sono usciti pianisti completi.

La pradica di samadhi

Nella pratica dello Zen occorre la stessa attenzione. Viene chiamata samadhi, unione totale con l’oggetto. Nella storia che vi ho raccontato era più facile, perché era rivolta a un oggetto che mi piaceva. È la stessa unione del grande artista, dell’atleta, del giocatore di football o di pallacanestro; di tutti quanti hanno dovuto imparare a fare attenzione. È un tipo di samadhi.

Solo un tipo, ma molto utile. Nello Zen ci viene richiesta una cosa più difficile: l’attenzione a questo preciso momento, alla totalità di ciò che accade ora. Il motivo per cui non vogliamo fare attenzione è che non sempre ciò che accade è piacevole. Non ci va.

Abbiamo una mente in grado di pensare. Le cose spiacevoli sono impresse nella memoria. Facciamo sogni sul futuro, sulle cose piacevoli che avremo e che faremo. Tutto ciò che accade nel presente lo passiamo a questo filtro: “Non mi piace. Non voglio sentirlo; preferisco dimenticarlo e sognare quanto accadrà di bello”. È un lavoro continuo: la mente gira, gira, gira nel costante tentativo di creare una vita piacevole, di farci sentire al sicuro e felici.

Facendo così non vediamo il qui-e-ora, questo preciso momento. Non lo vediamo perché siamo impegnati a filtrare. Ma ciò che accade è molto diverso da ciò che pensiamo. Chiedete a dieci persone di riassumervi questo libro, e avrete dieci distinte versioni. Si rimuovono i passi che non ci piacciono e si isolano quelli che ci gratificano. Delle parole dell’insegnante di Zen, sentiamo solo quello che vogliamo sentire. Essere aperti significa ascoltare tutto, non solo qualcosa. L’insegnante non è lì solo per essere carino con voi.

Il cardine dello zazen è questo: ritornare costantemente dal lavorio mentale al qui-e-ora. La pratica è questa. Ciò che dobbiamo sviluppare è la capacità di stare intensamente nel quie-ora. Dobbiamo sviluppare la capacità di decidere, di fare questa scelta: “Questa volta non me la filerò”. La pratica è una scelta ogni volta rinnovata, un bivio che ci si apre continuamente davanti. Momento per momento siamo chiamati a decidere tra il mondo meraviglioso dentro la nostra testa e la realtà. E la realtà, in una sesshin, è molto spesso stanchezza, noia e male alle gambe. Ciò che impariamo dal sedere tranquillamente con il disagio è così prezioso che, se non ci fosse, dovremmo inventarlo. Se avete dolore non potete filarvela. Il dolore vi costringe a stare con lui. Non ci sono altri posti in cui andare. Questo è il valore del disagio.

Stare con ciò che è qui-e-ora

La pratica dello Zen mira a farci vivere con più agio. Vivere con agio significa imparare a non passare la vita a sognare, ma stare con ciò che è qui-e-ora, qualunque cosa sia. Buono, cattivo, bello, brutto, mal di testa, malattia o felicità non fa differenza.

Una caratteristica dello studente zen maturo è quella di essere ben radicato. Incontrando una persona del genere, lo avvertite. Tali persone sono in contatto con la vita reale così come si dispiega, senza perdersi in una versione di fantasia. Per questo le tempeste della vita le colpiscono senza troppi danni. Accettando le cose così come sono, nulla ci sconvolgerà troppo. Oppure il turbamento finirà molto più in fretta.

Vediamo cosa succede nella seduta. Tutto ciò che dobbiamo fare è stare con ciò che accade in questo preciso momento. Non dovete credermi, dovete verificarlo da voi. Quando non fuggo dal presente, cosa succede? Ascolto il rumore del traffico. Mi accerto di non tralasciare niente. No, niente. Ascolto. Il rumore ha la stessa efficacia di un koan, perché è ciò che avviene in questo preciso momento. Come studenti di Zen avete un compito, un compito molto importante: condurre la vostra vita fuori dal paese dei sogni nella vera e immensa realtà che essa è.

Zen quotidiano. Amore e lavoro

Charlotte Joko Beck, Zen quotidiano
N. pagine: 160
Uno dei capolavori dello zen americano, nel quale questa insegnante, che sa unire la tradizione secolare dell’Oriente con la psicologia contemporanea, ci spiega come la liberazione si possa ottenere proprio nella vita ordinaria di tutti i giorni.

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

Inserisci il tuo indirizzo per ricevere aggiornamenti (non più di 1 a settimana):

(ricordati dopo di cliccare sull’email di conferma)

[La foto è di Sharon McCutcheon, Stati Uniti]
Panoramica privacy

Questo sito web utilizza i cookie per potervi offrire la migliore esperienza d'uso possibile. Le informazioni contenute nei cookie vengono memorizzate nel browser dell'utente e svolgono funzioni quali il riconoscimento dell'utente quando torna sul nostro sito web e l'aiuto al nostro team per capire quali sezioni del sito web sono più interessanti e utili per voi visitatori.