
Jon Kabat-Zinn invita a coltivare la consapevolezza come testimone imparziale. Praticando con costanza, ci si disidentifica dal dolore scoprendo un’interezza interiore che trasforma il rapporto con la sofferenza.
Ascolta una sintesi di questa lettura:
Ti può colpire il fatto, a un certo punto, specialmente se trovi un momento di calma in mezzo alla turbolenza interna, che la tua consapevolezza è distinta dalle sensazioni, dai pensieri e dalle emozioni che contempla. La parte di ‘te’ che è consapevole non prova dolore, né è in alcun modo affetta da questi pensieri ed emozioni.
Puoi notare che, quando durante la pratica della meditazione ti identifichi con pensieri, emozioni o sensazioni corporee, c’è una turbolenza e sofferenza molto maggiore di quando resti semplicemente testimone di tutto quanto, senza intervenire né giudicare, identificata solo con l’osservare, con la consapevolezza stessa. L’atteggiamento del testimone è quello che cerchiamo di adottare in tutta la pratica della meditazione.
Ma verso la fine dell’esplorazione del corpo, sul nastro registrato che la guida, c’è una sequenza esplicita che ti invita a questa ‘consapevolezza senza scelta’ , a questo disidentificarti da tutto quanto il teatro dell’esperienza interna: respiro, sensazioni, percezioni, pensieri, emozioni.
Alla fine dell’esplorazione del corpo, possiamo accogliere nel campo della consapevolezza tutti i nostri pensieri ed emozioni, tutto ciò che ci piace e non ci piace, tutti i nostri concetti su noi stessi e sul mondo, le nostre idee e opinioni, perfino il nostro nome, e deliberatamente lasciare andare tutto quanto.
A questo punto puoi provare a entrare in sintonia con il senso della tua completezza in questo momento, così come sei, senza bisogno di aver risolto i tuoi problemi, corretto le tue cattive abitudini, pagato i tuoi debiti o esserti laureata. Riesci a sentirti intera e completa in questo momento, e al tempo stesso parte di una totalità più grande?
Riesci a sentirti puro ‘essere’ , quell’aspetto di te che è al di là del tuo corpo, del tuo nome, dei tuoi pensieri e sentimenti, delle tue idee, opinioni, concetti; al di là anche dell’identificazione come persona di sesso femminile o maschile e di una certa età particolare?
Lasciando andare tutto questo, può darsi che arrivi a un punto in cui tutti i concetti si dissolvono in pura quiete, in cui resta solo la consapevolezza, un conoscere senza alcun ‘oggetto’ da conoscere. In questa quiete ti accorgerai che, qualsiasi cosa ‘tu’ sia, certamente non sei il tuo corpo, benché il corpo sia a tua disposizione per lavorarci, prendertene cura e servirtene. Se non sei il tuo corpo, tanto meno sei il tuo dolore.
Imparando a soggiornare nella sfera dell’essere, il tuo rapporto con il dolore subisce importanti cambiamenti. Queste esperienze possono portarti a sviluppare un tuo modo per affrontare il dolore, per fargli spazio, per convivere con esso, come hanno fatto tanti dei nostri pazienti.
Naturalmente occorre praticare regolarmente, come ho già ripetuto più volte. È più facile parlare della sfera dell’essere che viverla. Per farla diventare una realtà della tua vita che puoi contattare in qualsiasi momento, ci vuole determinazione e impegno.
Occorre un certo tipo di scavo, una sorta di archeologia interna, per riportare alla luce la tua interezza intrinseca, coperta com’è da strati di opinioni, attrazioni e repulsioni, abitudini e reazioni automatiche.
Il lavoro della consapevolezza non ha nulla di romantico o sentimentale; né la tua interezza intrinseca è un costrutto romantico o sentimentale. È una realtà presente, come lo è sempre stata. Fa parte della natura umana, così come fa parte della natura umana avere un corpo e provare dolore.
Se soffri di dolori cronici e senti che questo approccio ti corrisponde, può essere il momento di provarlo per conto tuo. Il solo modo per fare ciò è cominciare a praticare e continuare a praticare. Scopri e coltiva in te momenti di calma, pace e consapevolezza, servendoti del tuo dolore come insegnante e come guida.
È un duro lavoro, e ci saranno dei momenti in cui avrai voglia di smettere, se non ottieni ‘risultati’ veloci in termini di riduzione del dolore. Ma nel fare questo lavoro devi ricordarti che comporta pazienza, dolcezza, amore verso te stessa e perfino verso il tuo dolore.
Comporta lavorare in prossimità dei tuoi limiti, ma delicatamente, senza sforzarti eccessivamente, senza esaurirti, senza cercare a tutti i costi di sfondare gli ostacoli.
I progressi verranno da sé, a loro tempo, se metti tutta la tua energia nell’esplorazione di te stessa. La consapevolezza non attacca le resistenze come un bulldozer. Devi lavorarci delicatamente intorno, un po’ qui e un po’ là, mantenendo viva nel cuore la tua visione, specialmente nei momenti più dolorosi e difficili.
Da: Jon Kabat-Zinn, Vivere momento per momento, TEA, 2008.
Vivere momento per momento

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