Rupert Spira – Il non dualismo (o non dualità) spiegato per bene

non dualismo

Il non dualismo – o non dualità – è un concetto centrale nello Zen, a cui noi di Zen in the City teniamo molto. Il significato letterale di non dualismo (o non dualità) è “non due” o “uno indiviso senza un secondo”. Il termine “non dualismo” deriva dalla scuola induista Advaita Vedanta, ma descrizioni della coscienza “non duale” possono essere trovate all’interno sia dell’Induismo che del Buddhismo. In misura minore anche nell’Islam e in certe tradizioni cristiane. Rupert Spira è uno dei maggiori maestri spirituali che si rifanno al non dualismo.

La sensazione del vento sul volto è un’unica sensazione, ma il pensiero la concettualizza frammentandola in due apparenti oggetti: il vento e il volto. In realtà la sensazione è una sola e potremmo chiamarla ‘ventovoito’. La divisione di ‘ventovoito’ in vento e volto è una divisione concettuale che sembra dividere l’esperienza in due: volto (io) e vento (non io). Il risultato è che la ‘persona’ e ‘mondo’ sembrano diventare due entità distinte e indipendenti. Per cui diciamo: “Conosco questo e quello “, “sento il vento”, “ti amo” e “vedo l’albero”.

Ad esempio, nella visione di un albero non c’è vedente né visto. Non c’è un ‘io’ interno che vede, né un ‘albero’ che è visto.

‘Io’ e ‘albero’ sono concetti che il pensiero sovrappone alla realtà dell’esperienza, che in questo caso potremmo definire il ‘vedere’. La consapevolezza e la realtà dell’albero non sono due esperienze separate: sono una sola. lo’ e ‘albero’ sono un’unica esperienza esattamente come il vento e il volto. Non ci sono mai un soggetto e un oggetto dell’esperienza, c’è sempre e soltanto un intimo sperimentare indiviso. Oppure potremmo dire che l’apparente ‘io’ e l’apparente albero condividono la stessa realtà, sono la stessa realtà. È solo un concetto, un’idea, che apparentemente li divide.

La separazione è un’illusione e non fa mai parte della reale esperienza. Ciò significa che io non vedo un albero, ma che nell’esperienza del vedere io sono l’albero, sono la sua realtà. L’unica sostanza presente nell’esperienza dell’albero è il vedere, e il vedere, o più genericamente lo sperimentare, è consapevolezza, il nostro sé. La consapevolezza che è il vedere e la realtà di ciò che è visto non sono due cose separate: sono una sola, identica cosa. Potremmo dire: “Sto alberando”, o “Io, la consapevolezza, sto alberando”. L’essere dell’io e quello dell’albero sono lo stesso essere.

L’essere del sé è l’essere delle cose. La mente, il corpo e il mondo apparenti sono l’io che si incorpora/mentalizza/mondifica.

Tutte le grandi religioni si fondano su questa comprensione. Ad esempio, nel cristianesimo l’affermazione: “Io e il padre siamo uno” significa che ‘io’, la consapevolezza che vede queste parole o sperimenta qualunque cosa stia sperimentando in questo momento, è una cosa sola con la realtà dell’universo. I sufi dicono: “C’è un unico Dio”. Gli induisti: “L’atman è il brahman, la realtà ultima dell’universo”. I buddhisti: “Il nirvana e il samsara sono uno”.

Non è un’esperienza straordinaria che solo pochi saggi illuminati sono in grado di fare: è l’esperienza intima, diretta e immediata di ciascuno di noi, anche se possiamo non notarla. L’unità dell’io e del mondo è un’esperienza familiare a tutti. La chiamiamo bellezza. Quando siamo colpiti dalla bellezza di un oggetto o di un paesaggio, tutto ciò che ci tiene a distanza o separati dall’oggetto si dissolve e in quel momento senza tempo (senza tempo perché la mente non e presente) comprendiamo la nostra identità con l’apparente oggetto.

L’esperienza della bellezza è la dissoluzione dell’apparente ‘oggettualità’ dell’oggetto della ‘soggettività’ del sé, dissoluzione che lascia soltanto l’intimità indivisa dell’esperienza. Naturalmente, quando la mente ricompare ricrea l’io separato e l’oggetto esterno, e di conseguenza pensiamo e sentiamo ‘io vedo il paesaggio’. Il pensiero attribuisce la bellezza al paesaggio e in quel momento la bellezza è ridotta, dalla rivelazione dell’eterna natura che pervade tutte le cose apparenti, a una qualità relativa attribuita a determinati oggetti e non ad altri. In quel momento vengono creati il tempo e la distanza (o l’alterita), che è un’altra definizione per lo spazio, e la vera esperienza della bellezza è di nuovo velata.

Sperimentare questa dissoluzione della divisione tra un ‘io’ e un apparente ‘altro’ è l’esperienza dell’amore. Felicità, pace, gioia e intelligenza sono tutti nomi di questo riconoscimento diretto dell’intimità indivisa dell’esperienza. O meglio, tutti i nomi relativi alla mente, al corpo e al mondo si riferiscono in ultimo a quest’unica realtà. Per questo motivo amore, felicità e pace sono considerati assoluti, incondizionati. Non dipendono da niente, sono intessuti nella trama stessa dell’esperienza. La sofferenza è sempre dimenticare o ignorare questa semplice esperienza originaria, e la felicità è semplicemente lo svelamento di questa ignoranza. Non è una nuova esperienza e non è intermittente. Non può essere data né ripresa. Sembra solo dimenticata o ricordata, ma è come una chiave nascosta sotto un foglio di carta: sembra perduta, ma è sempre stata lì. Solo la mente pensa che pace, amore e felicità siano perduti e ritrovati.

La presenza non perde mai se stessa.

Da: Rupert Spira, “La presenza consapevole. L’esperienza diretta della nostra vera natura“, Astrolabio Ubaldini, 2014.

Per approfondire:

separazione

bellezza

Rupert Spira

[La foto è di Piers Nye, Regno Unito]

La presenza consapevole. L’esperienza diretta della nostra vera natura

Rupert Spira, La presenza consapevole
Sulla linea delle più antiche tradizioni non dualiste, questo libro di Rupert Spira - uno dei rappresentanti più acclamati della non dualità - dipana con logica esemplare i tre quesiti fondamentali della nostra esistenza: chi siamo, da cosa nasce la sofferenza e dove si trova la chiave per la piena felicità e la pace interiore.

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