Meditazione su un quadro di Rothko

A Firenze, fino al 23 agosto, c’è una mostra dedicata a Mark Rothko. Ci sono andato qualche giorno fa, e la cosa che mi è rimasta più di tutto non è tanto un’immagine, quanto un modo di stare. Davanti a quei grandi rettangoli di colore – rossi che virano al bruno, gialli che si accendono e si spengono – non si può fare quello che facciamo di solito con i quadri, cioè guardarli un attimo, capire cosa rappresentano e passare oltre. Le tele di Rothko non rappresentano niente, e questo, anziché liberarci, ci trattiene. Restiamo lì. E più restiamo, più qualcosa accade.
Mi è sembrato di riconoscere, in quella sospensione, qualcosa che conosco bene dalla pratica di meditazione, e che adesso vi spiegherò.
Quando un quadro non ha niente da raccontare
Rothko non è sempre stato il pittore che conosciamo. Ha cominciato dalla figurazione, è passato per il surrealismo, e solo dopo è arrivato a quelle forme essenziali, a quei campi di colore che sembrano galleggiare. È stato un percorso che assomiglia a una sottrazione: come se, togliendo via via il racconto, il personaggio, l’aneddoto, volesse arrivare a qualcosa che stava sotto, più in fondo. Non l’apparenza delle cose, ma una loro essenza.
Ne avevo già scritto a proposito di Malevič, qualche tempo fa, e in fondo è una tentazione che attraversa buona parte dell’arte del Novecento, da Brancusi a Moore: l’idea che semplificare non sia impoverire, ma avvicinarsi. Rothko, però, fa una cosa in più. Dopo aver semplificato la forma, la rende incerta ai bordi. E questo per me cambia tutto.
Sono proprio quei contorni sfumati la cosa che mi trattiene quando mi trovo di fronte a una tela di Rothko. Nei suoi quadri non c’è quasi mai una linea netta, un confine che dica “qui finisce una cosa e ne comincia un’altra”. Il colore si addensa al centro e si dirada verso l’esterno, e l’occhio non riesce mai a fissare il punto esatto in cui un rettangolo cessa di essere sé stesso.
Per me è il modo più onesto di rappresentare ciò che davvero percepiamo. Perché la realtà, quella che ci sembra fatta di oggetti distinti e ben ritagliati, in larga parte non è là fuori: è una costruzione che facciamo noi, di continuo, con la nostra mente. Per mezzo del linguaggio, classifichiamo, dividiamo, spezzettiamo ciò che conosciamo in singoli elementi riconoscibili e facilmente comunicabili.
Ciò che vediamo lo costruiamo noi
È una delle cose che l’arte moderna ci ha insegnato, e che la meditazione ci fa toccare con mano. Quando guardiamo qualcosa, non riceviamo passivamente un’immagine: la montiamo. Separiamo le figure dallo sfondo, diamo un nome, decidiamo dove finisce una cosa e dove ne comincia un’altra. Lo facciamo così in fretta che ci sembra di vedere il mondo, mentre in realtà stiamo vedendo il risultato di un nostro lavoro mentale.
Rothko, con i suoi confini che non ci sono, ci toglie un po’ di quel lavoro dalle mani. Davanti a una sua tela non c’è niente da separare, niente da nominare. E allora succede che lo sguardo, non sapendo cosa fare, si calmi. È un’esperienza non verbale della visione: guardare senza appiccicare etichette, lasciare che il colore ci raggiunga prima che la mente lo abbia spiegato.
È esattamente l’atteggiamento che coltiviamo quando meditiamo. Entriamo in contatto con quello che arriva dai sensi – un suono, una sensazione sulla pelle, la luce – e proviamo a starci senza dargli subito un nome, in un modo che potremmo chiamare diretto. Non “questo è il rumore del traffico”, ma semplicemente il suono, prima che diventi traffico, prima che diventi fastidio. Rothko ci allena a questo, e lo fa con la pittura.
Uno spazio fatto per stare
C’è un altro aspetto della sua vicenda che parla alla pratica. Negli ultimi anni Rothko non ha più pensato soltanto a singole tele, ma a interi ambienti. Ha progettato, e in parte realizzato, stanze interamente pensate per le sue opere, come se volesse creare uno spazio dove fermarsi a contemplare: pochi stimoli, nessuna narrazione, nessuna immagine che chieda di essere decifrata. Un luogo costruito apposta perché chi entra non abbia altro da fare che essere lì.
A pensarci bene, è lo stesso movimento che compiamo noi quando ci sediamo a meditare. Non andiamo a cercare qualcosa: semmai togliamo. Riduciamo gli stimoli, abbassiamo il volume del racconto interiore, e a poco a poco scopriamo di dipendere sempre meno da ciò che arriva da fuori. La pace che cerchiamo non è in una stanza speciale, in un quadro o in un paesaggio: quei luoghi possono al massimo ricordarcela. Le condizioni vere stanno dentro, e il lavoro della pratica consiste, lentamente, nel renderle abitabili.
Forse è per questo che davanti a un Rothko viene voglia di stare in silenzio. Non perché il quadro dica qualcosa di profondo, ma perché non dice niente, e in quel niente ci lascia finalmente soli con noi stessi. Thich Nhat Hanh direbbe che non c’è separazione tra chi guarda e ciò che è guardato: forse, in quei minuti davanti alla tela, lo sentiamo per davvero.
Se ti capita di andare a Firenze prima del 23 agosto, prova a fermarti più a lungo del solito davanti a una di quelle tele. E se hai voglia di portare questo sguardo dentro una pratica condivisa, ti aspettiamo nella comunità di Zen in the City: corsi.zeninthecity.org.
[Le foto sono mie e se vi servono potete utilizzarle come vi pare]
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