Brancusi e la meditazione: l’arte che ci porta all’essenziale

Uno degli artisti che mi induce di più uno stato meditativo, quando mi trovo al cospetto delle sue opere, è Constantin Brancusi (1876-1957), di cui quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della sua nascita. Occasione che ha dato lo spunto per l’allestimento di mostre – a Roma e soprattutto a Berlino – che vale la pena visitare, qualora se ne avesse la possibilità.
Brancusi è stato uno scultore rumeno, profondamente legato alla tradizione culturale della sua terra natia, e al tempo stesso fortemente radicato nell’ambiente parigino delle avanguardie nel periodo tra le due guerre mondiali. Avanguardie delle quali non ha mai fatto parte in modo diretto, avendo seguito un percorso del tutto personale.
L’essenza prima del nome
Una delle caratteristiche più peculiari delle sue sculture è quella di trovarsi a metà tra il figurativo e l’astratto. I suoi soggetti sono sempre reali, dunque le se opere non possono mai dirsi astratte. Ma il lavoro che Brancusi fa su questi soggetti è di ridurne la forma a poche caratteristiche essenziali, che permettono di riconoscere di cosa si tratta, ma senza alcuna fedeltà all’originale.
Ad esempio, l’artista rappresenta una foca o un uccello in volo, senza fornire alcun dettaglio degli animali, ma proponendo una forma semplice, che consente comunque ancora di riconoscere in essa la foca o l’uccello che si alza in volo.
Trovo questa operazione di sintesi molto bella e profonda, perché ci consente come di entrare in contatto con qualcosa che potremmo chiamare l’”essenza” della foca o dell’uccello in volo. È come se privasse la cosa rappresentata del segno che viene usato per denotarla, che può essere la forma precisa, come in questo caso. Ma può essere anche la parola stessa, come quando in uno stato meditativo entriamo in contatto con le nostre emozioni, attraverso i segnali che ci vengono dal corpo, senza però nominarle. Solo puro contatto.
Lo stesso criterio viene applicato alle figure umane, che rimangono riconoscibili nei loro riferimenti agli esseri umani ai quali si ispirano, ma senza che ci sia più la somiglianza fisica. Se vedo una testa o un busto scolpiti da Brancusi, non posso riuscire in alcun modo a risalire ai suoi modelli reali. Ma probabilmente, se avessi conosciuto di persona quegli individui, potrei riconoscerli in quelle caratteristiche essenziali che l’artista è riuscito a sintetizzare.
Oltre la logica binaria del maschile e femminile
Quando vediamo come Brancusi tratta la figura umana, possiamo ricavarne molti spunti interessanti di riflessione, proprio sui modi con i quali ci relazioniamo ai nostri simili.
Uno dei suoi campi d’indagine più fertili è per me la distinzione di genere. Noi siamo abituati a dare per scontate le differenze tra maschio e femmina, tra donna e uomo. Tale chiarezza è esemplificata nei pittogrammi che si usano nei bagni pubblici per distinguere le sezioni riservate ai due sessi. In un attimo, ciascuno di noi può identificarsi con una delle due figure e dirigersi verso la parte giusta.
Ma questo non vale proprio per tutti. Un tempo forse sì, ma adesso è ampiamente riconosciuto il fatto che una parte della popolazione – non importa quanto grande – non si riconosce nella logica binaria maschio-femmina.
Lasciamo pure da parte gli aspetti sociali e l’opportunità di riconoscere o meno i diritti di chi si si sente discriminato dalla logica binaria. Quello che tutti possiamo constatare è che, nella realtà umana, il maschile e il femminile non hanno confini così netti. C’è una grande varietà di situazioni. Riconoscere le diversità, fra le esperienze umane, ci consente di praticare quello che nella tradizione di Thich Nhat Hanh viene chiamato il “vero amore”, l’amore che non conosce discriminazione.
Le sculture sessualmente ambigue di Brancusi ci aiutano a rivolgerci verso quella direzione. In esse possiamo cogliere la bellezza del corpo umano nella sua universalità. Nei nostri modi di considerare i generi e le loro differenze c’è una grande componente culturale, fortemente influenzata dal dominio del patriarcato. Le figure umane create dallo scultore rumeno ci consentono di relazionarci più direttamente con la nostra umanità condivisa.
Levigare, riflettere, confondere i confini
Un altro terreno fertile creato dal lavoro di Brancusi è rappresentato dalle superfici estremamente levigate. Esse sono frutto di un’applicazione lunga e accurata da parte dell’artista, che già di per sé contrasta con i modi a cui ci stiamo abituando oggi, che puntano al risultato immediato.
Ma ciò che conta maggiormente è il fatto che la levigazione delle superfici rappresenta un passaggio in più in direzione della semplificazione, dell’aspirazione all’essenziale. Le forme, già ridotte a puri segni, perdono anche il dettaglio superfluo, così come in meditazione abbandoniamo gradualmente le parole per approdare a una dimensione non verbale delle percezioni e del pensiero stesso.
Trovo anche che le superfici lucide, metalliche, di certe sculture, acquistino una proprietà riflettente che ci mette in contatto con un’altra area di possibili intuizioni. Tali superfici, infatti, rendono più ardua una distinzione netta tra l’oggetto e ciò che gli sta intorno. Proprio come quando, grazie alla pratica, ci rendiamo conto di quanto sia sfumata e fluida la distinzione tra interno ed esterno, tra ciò che sta “dentro di noi” e quello che invece sta “là fuori”.
In Brancusi anche i piedistalli svolgono un ruolo ambiguo, perché – pur essendo piedistalli a tutti gli effetti – fanno anche parte dell’opera. È un rompicapo che ci aiuta in un’altra impresa utile: quella di imparare a non dare niente per scontato.
Sculture come koan: abitare invece di analizzare
A proposito di rompicapi, la voluta ambiguità di certe opere di Brancusi somiglia molto ai “koan” dello zen. Un koan è una domanda o una situazione paradossale proposta dal maestro zen al discepolo, irrisolvibile con la logica ordinaria, il cui scopo è spingere la mente oltre il pensiero concettuale.
Di fronte a questa “musa addormentata”, ad esempio, rimaniamo spiazzati, per via di diversi elementi, come la forma, il materiale utilizzato, la posizione della testa. Potremmo porci molte domande a proposito, ma senza trovare una risposta razionale. Eppure ci rendiamo conto che ci sta comunicando qualcosa di profondo. E ci piace.
Al cospetto di un’opera come questa non siamo chiamati ad analizzarla, ma piuttosto ad “abitarla”, evitando concettualizzazioni. O meglio, su questo tipo di arte sono state fatte tante concettualizzazioni, ma quello è il mestiere dei critici. In quanto fruitori dell’opera, è bene che ci atteniamo al rapporto che si crea direttamente tra noi e chi l’ha creata, per il tramite dell’opera stessa.
L’arte come terreno di indagine sulla vita
In conclusione, Brancusi è uno dei tanti artisti che ci svelano un modo diverso di considerare la realtà, che ci aiuta a capire meglio i nostri meccanismi percettivi e i modi in cui distorciamo la verità delle cose.
Farci vedere la realtà in un modo diverso è una delle funzioni che l’arte svolge storicamente, specialmente in epoca moderna. È per questo che ne ho parlato diverse volte, in questo blog. Avevo parlato di come Matisse ci invita a stabilire un rapporto diverso con le nostre percezioni, dell’approccio non dualista di Henry Moore, di come la fotografa Vivian Meier ci svela il concetto di karma, di come Kazimir Malevič ci aiuta ad andare all’essenziale, di come Umberto Boccioni possa facilitarci il nostro rapporto con l’impermanenza di tutte le cose.
Forse dovrei scriverne più spesso, perché l’arte – non solo quella visiva – è un terreno veramente fertile di indagine sul nostro modo di relazionarci alla vita.
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