5 modi per desiderare il movimento più del tempo trascorso con il telefono

desiderare il movimento più del tempo trascorso con il telefono

Quanto tempo passi con il tuo telefono? Probabilmente è l’oggetto con il quale interagisci di più e, più in generale, l’elemento che cattura la tua attenzione come nient’altro. Forse anche più del tuo partner. Tutti noi abbiamo la tendenza compulsiva a controllare sempre che non ci sia qualche notifica alla quale non abbiamo ancora dedicato l’attenzione sufficiente. Appena non abbiamo un compito specifico da svolgere, lo prendiamo in mano e cominciamo a scrollare. Guardare il telefono, per molti di noi, è la prima cosa che facciamo al mattino, appena svegli.

Ma tutto questo ha un prezzo molto alto da pagare. Una tra le tante conseguenze è che ci muoviamo di meno.

In questo articolo darò la parola a Katy Bowman e Diana Hill, ospiti dell’ultimo episodio del podcast Life Kit. Katy Bowman è una biomeccanica e insegnante di movimento, esperta nell’analisi di come le forze influenzano il corpo umano. Diana Hill è una psicologa clinica specializzata in flessibilità psicologica, ovvero la capacità di restare connessi ai propri valori anche in presenza di pensieri o emozioni difficili. Insieme, sono coautrici del libro “I Know I Should Exercise, But...”, nel quale esplorano proprio questo argomento: le strategie per superare le barriere mentali e abitudinarie che ci impediscono di muoverci, aiutandoci a desiderare il movimento tanto quanto desideriamo il tempo trascorso davanti agli schermi.

Movimento come antidoto allo stress

La prima cosa che le due autrici sottolineano è che gli schermi digitali hanno dalla loro parte il nostro desiderio di novità. Sono continue fonti di contenuti per noi potenzialmente interessanti. Grazie al rilascio di dopamina che avviene nel nostro cervello, ogni volta che ci aspettiamo l’arrivo di qualche novità interessante, veniamo catturati.

Col tempo, ogni minimo movimento diventa per noi sempre più faticoso, persino alzarsi dalla sedia o allacciarci le scarpe per poter camminare.

Ma ecco quali sono i cinque consigli che Bowman e Hill ci danno per fare più movimento e stare meno tempo sugli schermi, ma senza forzarci troppo.

1. Coltivare la flessibilità psicologica

Il primo consiglio è di coltivare la “flessibilità psicologica”. Consiste nello sviluppare la capacità di restare presenti e connessi ai propri valori, anche quando emergono pensieri negativi, emozioni scomode o impulsi di segno contrario.

Coltivare la flessibilità psicologica significa imparare a non lasciarsi dominare da frasi interiori come “non ne ho voglia” o “è troppo difficile”, ma agire comunque in modo coerente con ciò che è davvero importante per noi – come prendersi cura della propria salute fisica. Il problema del digitale è proprio questo: ci cattura a tal punto che passiamo ore su cose di scarsa importanza per noi, come quello che passano i social, e non abbiamo tempo per le cose davvero importanti.

La flessibilità psicologica è una competenza che si può allenare, e che permette di superare le barriere mentali che spesso bloccano l’attività fisica.

2. “Fare surf” sull’impulso di controllare il telefono

Il secondo consiglio per resistere all’impulso di controllare il telefono si basa su una tecnica usata nella psicologia delle dipendenze chiamata urge surfing (letteralmente: “fare surf sull’urgenza”). L’idea è che l’impulso a prendere il telefono – proprio come la voglia di fumare o di mangiare – cresce come un’onda, raggiunge un picco e poi diminuisce.

Invece di cedere subito all’impulso, si tratta di osservarlo, sentirlo nel corpo, accettarlo senza agire, e lasciarlo passare. Durante questa “onda”, si può sostituire il gesto automatico con un’attività fisica, come allungarsi, fare uno squat o ballare per qualche secondo. Così, l’impulso diventa un segnale per muoversi, anziché per scrollare.

3. Assaporare le sensazioni positive del movimento

Il terzo consiglio, quello di “assaporare” le sensazioni positive del movimento, invita a prestare attenzione consapevole e intenzionale ai momenti piacevoli che si sperimentano durante l’attività fisica.

Spesso la mente tende a fissarsi sugli aspetti negativi dell’esercizio – come la fatica, il tempo, l’imbarazzo di non riuscire. Questo approccio suggerisce invece di concentrarsi sui dettagli gratificanti: la soddisfazione dopo uno sforzo, la bellezza di un paesaggio durante una camminata, la sensazione di apertura in un allungamento, o la gioia di muoversi al ritmo della musica.

Allenare la mente a riconoscere e godere di queste sensazioni aiuta a rendere il movimento più desiderabile e motivante nel tempo. Come sempre, è una questione di allenamento.

4. Aggiungere novità alle attività fisiche

Il quarto consiglio si basa sull’idea che la varietà può rendere il movimento più stimolante e competitivo rispetto all’attrazione continua degli schermi digitali. Inserire elementi nuovi – come cambiare percorso durante una camminata, provare un’attività diversa (nuoto, ballo, ecc.), invitare un amico, aggiungere una sfida o ascoltare musica nuova – aiuta a mantenere viva la curiosità e l’interesse.

Questo approccio sfrutta lo stesso meccanismo che rende i social accattivanti: la novità. Diversificare il modo in cui ci si muove rende l’attività fisica meno monotona e più coinvolgente.

5. Restare informati in movimento e trasformare la preoccupazione in azione compassionevole

L’ultimo consiglio propone un’alternativa sana al “doomscrolling” – l’abitudine di scorrere compulsivamente notizie negative online. Invece di consumare informazioni in modo passivo e sedentario, possiamo ascoltare podcast o notiziari mentre camminiamo, facciamo stretching o pratichiamo un’attività fisica.

Io, ad esempio, vado tutte le mattine a fare una camminata veloce nel parco vicino casa. Un po’ lo faccio in presenza mentale, ascoltando i suoni dei miei passi e dell’ambiente che mi circonda, un po’ ascoltando “Morning“, il podcast di rassegna stampa del Post.

Le due esperte inoltre invitano a trasformare l’ansia per i problemi del mondo in azioni concrete, magari fisicamente coinvolgenti, come fare volontariato, aiutare un vicino o partecipare a iniziative ambientali. In questo modo, ci si prende cura del corpo mentre si agisce secondo i propri valori, creando un circolo virtuoso tra informazione, movimento e impegno. Insomma, se ci sentiamo devastati da quello che succede a Gaza, non c’è bisogno di andare lì, possiamo fare qualcosa di positivo per il mondo anche nel nostro contesto locale.

Morale della favola

La “morale della favola” per me è che dobbiamo renderci conto di quanto i dispositivi digitali, soprattutto i telefoni, ci catturano, prendendo in ostaggio il nostro tempo prezioso. Il nostro tempo è prezioso, se non altro perché lo sottraiamo ad altre cose di maggior valore, come:

  • stare in connessione con le persone a cui vogliamo bene e con gli amici;
  • fare attività fisica;
  • stare a contatto con la natura;
  • ritornare al contatto con noi stessi e con le nostre emozioni.

Prova a esaminare questo elenco qui sopra. Non ti sembra che ciascuna di quelle cose valga immensamente di più che scrollare i reel di Instagram o sapere dove sono stati in vacanza i nostri contatti su Facebook?

Se vuoi saperne di più su questo argomento, aspetta il prossimo autunno, quando uscirà il mio libro sulla gestione dello stress per mezzo della mindfulness. Il libro verrà distribuito in edicola insieme al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport. Lascia qui di seguito il tuo indirizzo email, se vuoi che ti avverta quando uscirà in edicola.

    Avvisatemi quando uscirà in edicola il libro su Mindfuness e Stress:

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    [La foto è di Ketut Subiyanto]

    Paolo Subioli

    Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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