Ho lasciato ChatGPT. Non l’intelligenza artificiale. Alla ricerca di una via di mezzo basata sulla saggezza

via di mezzo buddhista e intelligenza artificiale

Nei giorni scorsi ho detto addio a ChatGPT.

È stato un addio faticoso, per certi aspetti perfino doloroso. Con quel chatbot avevo stabilito una relazione quotidiana, legata al mio lavoro. Mi aveva aiutato moltissimo in tante attività. Non è stato quindi un addio per ragioni funzionali.

È stato un addio per ragioni etico-politiche.

Il presidente di OpenAI – la società che possiede ChatGPT – risulta tra i principali finanziatori di Donald Trump. Come consumatore ho un piccolo potere, e ho deciso di usarlo per mandare un segnale. Non voglio che il denaro che spendo contribuisca a sostenere una politica che ritengo molto dannosa, una politica che già oggi provoca – e probabilmente provocherà ancora di più in futuro – molta sofferenza, soprattutto tra le persone più vulnerabili e nei paesi più poveri.

Greg Brockman, presidente di OpenAI

Greg Brockman. lui e sua moglie sono stati i maggiori donatori del movimento MAGA di Donald Trump, nel 2025, con una donazione di 12,5 milioni di dollari ciascuno. Brockman e sua moglie hanno anche donato 50 milioni di dollari a “Leading the Future”, un’iniziativa lobbystica dedicata alla deregolamentazione dell’IA. che ha contribuito a fondare insieme a Marc Andreessen e Ben Horowitz.

Questo non significa che abbia abbandonato l’intelligenza artificiale. Ho semplicemente cambiato strumento, passando a Claude, il chatbot sviluppato da Anthropic. L’ho fatto perché quella società, almeno in alcuni casi, ha cercato di porsi dei limiti – per esempio rifiutando certi utilizzi militari richiesti dal governo americano.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche Anthropic, alla fine, ha accettato collaborazioni con il Pentagono. Ed è vero.

Ma qui dobbiamo forse liberarci di una certa ingenuità. Pensare che grandi aziende tecnologiche possano essere completamente pacifiste – al punto da rifiutare qualsiasi rapporto con gli apparati militari del proprio paese – è probabilmente irrealistico. Viviamo in una società complessa, piena di contraddizioni.

Se devo scegliere, scelgo chi prova almeno a mettere qualche limite.

Ma questo episodio è solo un punto di partenza. Perché il vero tema non è quale chatbot usare. Il tema è come rapportarsi all’intelligenza artificiale in generale.

Due atteggiamenti opposti

Tra le persone con cui mi capita di parlare noto spesso due atteggiamenti opposti.

Da una parte ci sono gli acritici: quelli che usano questi strumenti come se fossero una penna o una calcolatrice. Tecnologie neutre, innocue, prive di conseguenze.

Ma non è così.

L’intelligenza artificiale è una tecnologia potentissima, con effetti potenzialmente enormi: sull’ambiente, sul lavoro, sulla politica, sull’informazione. Consuma quantità enormi di energia e acqua per raffreddare i data center. Può essere utilizzata per la persuasione di massa. Può produrre immagini e video falsi che distorcono la percezione della realtà.

Dall’altra parte ci sono invece quelli che rifiutano completamente l’intelligenza artificiale. Non la vogliono usare, la considerano pericolosa e preferiscono starne alla larga.

Anche questo atteggiamento, però, mi sembra poco realistico.

L’intelligenza artificiale sta entrando ovunque: nei software, nei telefoni, nei servizi digitali. Anche chi decide di non utilizzare un chatbot continua comunque a vivere dentro un ecosistema tecnologico che ne è pieno.

Pensare di evitarla del tutto è un’illusione.

Una via di mezzo

In questo video – che trovate qui sotto – provo a proporre una terza strada: una via di mezzo.

Una via che si ispira a quella che viene chiamata etica situazionale: avere dei principi generali, ma poi valutare caso per caso, senza regole rigide. Un approccio molto vicino alla tradizione buddhista, che per me rimane un punto di riferimento importante.

L’idea è semplice: non rifiutare l’intelligenza artificiale, ma imparare a usarla con consapevolezza.

Nel video propongo alcuni criteri – provvisori, incompleti, aperti alla discussione – che sto cercando di applicare nella mia vita quotidiana.

Ne riassumo qui alcuni.

Alcuni criteri per un uso consapevole dell’AI

  1. Usarla quando è necessario

L’intelligenza artificiale ha un costo ambientale significativo. Ogni richiesta a un chatbot consuma energia e acqua. Prima di usarla possiamo chiederci: mi serve davvero?

  1. Accettare che le macchine ci superino in alcune funzioni

Molte persone fanno fatica ad accettarlo. Ma in diverse attività cognitive le macchine sono ormai più efficaci di noi. Così come le macchine hanno sostituito gran parte del lavoro fisico, ora stanno sostituendo alcune funzioni mentali.

  1. Evitare il “debito cognitivo”

Se deleghiamo continuamente alle macchine il lavoro mentale – scrivere, ricordare, sintetizzare – rischiamo di perdere gradualmente queste capacità. Non possiamo evitarlo del tutto, ma possiamo limitarlo.

  1. Non delegare il lavoro interiore

C’è una cosa che nessuna macchina potrà fare al posto nostro: guardare dentro di noi. Il lavoro interiore, l’osservazione della mente, la consapevolezza del corpo restano responsabilità esclusivamente umane.

  1. Allenare attenzione e intenzione

L’attenzione è una delle risorse più preziose che abbiamo. E nel mondo digitale è continuamente contesa dalle piattaforme. La meditazione resta uno degli strumenti più potenti per coltivarla.

  1. Ridurre l’immersione digitale

Non serve scappare in montagna per vivere meglio. Ma è importante creare spazi di disconnessione: uscire, muoversi, incontrare persone, stare nella natura.

  1. Tornare al corpo

Il contatto con il corpo è fondamentale. Le emozioni si manifestano sempre nel corpo. Tornare al respiro, alle sensazioni fisiche, è uno dei modi più semplici per rimanere presenti.

  1. Coltivare l’autonomia

Più delego alle macchine, più divento dipendente da esse. È un processo inevitabile in parte, ma è bene tenerlo sotto osservazione.

  1. Ricordare l’interdipendenza

Nel buddhismo si parla di interdipendenza: tutto è collegato. Anche il nostro uso delle tecnologie produce conseguenze sugli altri. In rete ho chiamato questo fenomeno karma digitale.

  1. Accettare i nostri limiti

Le macchine puntano alla perfezione. Noi siamo imperfetti, limitati, pieni di errori. Ma forse è proprio questo che ci rende umani.

Una riflessione provvisoria

Tutto quello che ho detto fin qui è provvisorio.

L’intelligenza artificiale evolve con una velocità impressionante. Quello che oggi sembra vero domani potrebbe non esserlo più.

Ma proprio per questo credo che abbiamo bisogno di coltivare una bussola interiore.

Una bussola semplice: scegliere, di volta in volta, ciò che riduce la sofferenza – per noi stessi e per gli altri, oggi e possibilmente anche nel futuro.

Il resto lo scopriremo strada facendo.

Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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