Scusate amici, ma finché dura il coronavirus, preferisco non condividere nulla su Whatsapp

condividere su whatsapp

In queste settimane la mia casella Whatsapp è gonfia di messaggi, con le varie chat di gruppo che straripano, nella loro abbondanza di condivisioni di contenuti. Quando la apro sento un certo senso di vertigine, vedendo quelle bollicine blu coi numeretti che a ogni minuto aumentano di valore. Ogni volta avverto disagio, provo come un senso di colpa, perché sento che dovrei rispondere, dare soddisfazione a tutti questi amici e conoscenti che generosamente hanno voluto condividere con me qualcosa che hanno ritenuto bello, utile, curioso o divertente.

Ma no, non ce la faccio, lascio che quei numeretti arrivino a quote esorbitanti: 100, 200, 300 messaggi non letti. Mi dispiace, è una bella festa, ma non e la sento di partecipare.

La condivisione in rete di contenuti è una bella cosa, l’ho pensato, detto e scritto tante volte. È una delle forme più peculiari in cui la generosità si manifesta al giorno d’oggi. Ma quando si tratta di Whatsapp ci sono anche delle controindicazioni importanti.

Tra i motivi che mi spingono a non condividere tramite Whatsapp, ce ne sono di due tipi, che per semplicità possiamo etichettare come “sociali” e “antropologici”.

I motivi sociali per cui non condivido su Whatsapp

Internet è un enorme laboratorio di creazione e condivisione della conoscenza. Questo agli inizia veniva considerato solo un bene, perché la diffusione della conoscenza e dell’informazione è la base della democrazia. Poi si è visto che ci sono anche dei risvolti molto negativi. Il massimo di questa consapevolezza si è avuto con l’esplodere del caso Cambridge Analytica, l’azienda che aveva comprato da Facebook i dati personali degli elettori statunitensi. Quei dati vennero usati per manipolare, con successo, prima le elezioni in quel paese, poi il referendum sulla Brexit nel Regno Unito. Consiglio a tal proposito la visione dell’interessantissimo documentario The Great Hack, su Netflix.

Il termine fake news è entrato nel linguaggio comune, perché ormai si dà per scontato che ci sia sempre qualcuno che utilizzi l’ingenuità degli utenti dei social media per diffondere ad arte notizie manipolate. La diffusione di fake news si basa su due presupposti. Il primo è che il modo veloce e impulsivo con cui si fruisce dei contenuti sui social media attiva le parti del cervello più primordiali, quelle dove dominano gli istinti primari, come la paura. Il secondo presupposto è che la maggior parte della gente tende a condividere i contenuti spesso senza neanche averli prima visti per bene e quasi sempre senza chiedersi quale sia l’attendibilità della fonte da cui provengono.

La condivisione di contenuti via Whatsapp è quella più incontrollata, essendo l’esatto equivalente del passaparola. Per chi desidera alimentare le paure nell’opinione pubblica, usando notizie manipolate ad arte, è il mezzo perfetto. Non ci potrebbe essere di meglio. Non è un caso che il presidente brasiliano Bolsonaro sia stato eletto con un contributo fondamentale fornito dall’uso di Whatsapp. E non è neanche un caso che di recente Facebook Inc., la proprietaria di Whatsapp, abbia introdotto il limite di 5 gruppi al massimo verso i quali si può condividere un messaggio. Questa in particolare è la risposta al fenomeno della diffusione delle notizie false, distorte o inesatte sull’epidemia di coronavirus.

Perciò, anche se ritengo i miei amici mediamente in grado di intendere e di volere, e anche se trovo che sia bello condividere con gli altri le cose che si reputano di valore, preferisco non usare Whatsapp come mezzo di condivisione. Trovo che già i social come Facebook, Instagram e Twitter siano migliori, perché hanno un maggiore controllo sociale. Ma ancora meglio è Wikipedia. Abbastanza spesso mi capita di dare il mio contributo. È molto facile ed è una sorta di celebrazione della verità. Però certo, lo ammetto, non è divertente come Whatsapp. Specialmente in questo periodo, in cui desideriamo continuare a mantenere un contatto coi nostri amici.

I motivi antropologici per cui non condivido su Whatsapp

Veniamo alla parte meno scontata, ma non meno importante, a mio parere. In questo periodo, le chat di Whatsapp si gonfiano di messaggi perché complessivamente c’è meno da fare. Molte attività lavorative sono ridotte o perfino annullate (dobbiamo ricordarci ogni giorno di chi si trova in questa condizione), gli spostamenti praticamente eliminati, come anche l’intrattenimento e la vita sociale. È normale che si passi più tempo su Whatsapp.

Io appartengo a quel tipo di lavoratori dei servizi, e siamo in molti, il cui lavoro è aumentato a dismisura, forse perché nel mondo virtuale è più difficile porsi dei limiti. Ad ogni modo, anch’io ho guadagnato un po’ di tempo, ma per quanto mi riguarda trovo che passare più tempo su Whatsapp non sia affatto una buona idea.

Più in generale, ci sono dei grossi inconvenienti nello sfruttare la perenne disponibilità dei dispositivi digitali per saturare tutto il tempo che abbiamo a disposizione.

Nonostante i sofisticati strumenti di cui disponiamo, continuiamo a essere animali della specie homo sapiens. Come tali, ci siamo evoluti fino ad arrivare a quelle che oggi sono le caratteristiche del nostro corpo e della nostra mente. Tale evoluzione è arrivata a compimento non oggi, ma migliaia di anni fa, quando vivevamo in piccole tribù ed eravamo cacciatori/raccoglitori. Mentre il corpo si evolveva per consentirci di procurarci il cibo nel modo più efficace e di conservare la specie, lo sviluppo della mente procedeva in parallelo. In quell’epoca, passavamo un sacco di tempo senza fare niente in particolare, come succede oggi per gli animali. Così come il nostro corpo ha bisogno di muoversi – essendosi evoluto per muoversi – la nostra mente ha bisogno di passare dei periodi senza fare niente. È un vero e proprio bisogno vitale.

Sappiamo dalla scienza che ci sono alcune aree del cervello, connesse tra loro (“Default Mode Network”) che sono tipiche dello stato mentale nel quale l’attenzione non è rivolta ad alcuna cosa in particolare. È, per l’appunto, lo stato “di default” della mente. Il paradosso è che oggi in questo stato di default non ci troviamo praticamente mai.

Un equilibrio saggio tra il fare e il non fare

La necessità di non fare niente è cruciale. In questo sito ne abbiamo parlato tante volte, perché è un aspetto sottolineato da quasi tutti i maestri spirituali. È stata anche esaltata con grande convinzione e in modo stupendo da un personaggio come David Thoreau, il padre della disobbedienza civile.

Se vogliamo essere persone in grado di agire in modio saggio, nella nostra vita ci deve essere sempre un equilibrio tra il fare e il non fare. Quando parlo di “non fare” intendo anche non usufruire di contenuti.  Nel tempo del non fare, capiamo chi siamo, chi sono gli altri, cosa fa stare bene noi e gli altri, e cosa fa stare male noi e gli altri. Nel tempo del fare, possiamo agire in modo saggio, per il bene nostro e degli altri.

In conclusione, non sono contrario al divertimento. Anzi. Trovò però che saturare il proprio tempo, peraltro con contenuti non scelti da noi, sia una tendenza nient’affatto priva di rischi.

PS – Se trovi interessanti questo tipo di riflessioni, ti consiglio in modo del tutto interessato il mio libro “Ama il tuo smartphone come te stesso“.

Per approfondire:

Whatsapp

fake news

non fare niente

Ama il tuo smartphone come te stesso. Essere più felici al tempo dei social grazie alla digital mindfulness

Paolo Subioli - Ama il tuo smartphone come te stesso
Publisher:
N. pagine: 196
Smartphone, tablet e pc non sono più meri strumenti al nostro servizio, ma vere e proprie estensioni dei nostri corpi e delle nostre menti.  Essendo parte di noi stessi, devono diventare elementi di crescita. Attraverso il percorso della Digital Mindfulness viene affrontato il tema della consapevolezza del rapporto con i media digitali, proponendo piccole pratiche quotidiane, spazi di riflessione, momenti di riequilibrio per migliorare la nostra vita e quella degli altri.

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[La foto è di Alex Suprun, Ucraina]

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4 risposte

  1. Lia ha detto:

    Grazie Paolo per questo articolo. La tua riflessione mi trova molto d’accordo, non mi piace condividere su WhatsApp video auguri e catene di ogni tipo, molto spesso sono anche messaggi affettuosi e video divertenti e pieni di incoraggiamenti e mi dispiace dovermi forzare a rispondere o anche solo a guardarli. Queste scorciatoie del pensiero seconde me, ci abituano a spostare i nostri stessi sentimenti, e le nostre emozioni al di fuori di noi e quindi riducono la possibilità di essere consapevoli e in contatto con la nostra intimità. Con il nostro pensiero dinamico.

  2. Silvio Anselmo ha detto:

    Grazie, caro Paolo, condivido pienamente le tue sagge parole
    Un abbraccio.

  3. Giovanna ha detto:

    Condivido pienamente e ti ringrazio per queste riflessioni, sulle quali non mi ero soffermata. Grazie per averci dato occasione.
    Anche a me i troppi video su whatsapp mi hanno stufato, anche se devo ammettere di essere stata anche io preda della smania di condivisione, soprattutto agli inizi della pandemia in cui giravano cose di tutti i tipi, anche molto carine…….
    Farò attenzione d’ora in poi, almeno ci provo!
    Però un punto favorevole a whatsapp va dato: è talmente facile che riescono ad usarlo anche i molto anziani ed acciaccati e le chat di famiglia sono un buon modo per mantenere i contatti tra tutte le generazioni dai piccolissimi ai molto anziani. Anche attraverso scambi di video.

  4. Francesca Preziosi ha detto:

    Caro Paolo, sono molto d’accordo con te( e ti ringrazio per aver detto eplicitamente una cosa che è esperienza concreta di tutti).

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