Come una foglia, abbiamo molti piccioli

come una foglia

Ecco di seguito un brano che mi è di particolare conforto, quando penso alla morte. Immagini come questa non sono solo poetiche, ma anche sorprendentemente reali, perché basate sull’osservazione profonda di ciò che sta sempre davanti ai nostri occhi e che ha già molte cose da insegnarci, se le sappiamo vedere. La foglia (e non solo lei) mi ha aiutato a vedere la recente scomparsa di amici e conoscenti come qualcosa di naturale, innanzi tutto. E poi a coglierne la natura paradossale: un amico che ho visto tante volte, ora non c’è più; ma tutte le cose che mi ha detto – e tutti i suoi modi di fare – sono pienamente vivi dentro di me, proprio qui ed ora.

Ancora più illusoria si rivela la natura della morte quando ci viene a mancare un parente diretto. In quel caso, essere consapevoli che quella persona continua a vivere in noi –  ed anzi è presente in ogni singola cellula del nostro corpo – è la chiave per vedere la morte della persona amata in una prospettiva realistica, senza per questo negare  il dolore per non potere più godere della sua presenza fisica. E vivere qual dolore.

Il brano è di Thich Nhat Hanh, l’autore che cito più spesso, in questo blog. E non è un caso. È un grande maestro, è un grande poeta. Ed ha la grande capacità di aiutarci a vivere meglio. Sulla morte puoi pensarla come vuoi: che tutto finisca lì, che la vita sia eterna, che dopo ci sia un paradiso. In tutti i casi, questo insegnante zen ci mostra come la morte sia molto meno reale e perciò molto meno tragica di quanto la cultura in cui siamo immersi, sin da bambini, ci porti a pensare.

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Un giorno d’autunno mi trovavo in un parco, assorto nella contemplazione di una bella fogliolina a forma di cuore. Era rossiccia, quasi sul punto di staccarsi dal ramo. Rimasi a lungo in sua compagnia, rivolgendole molte domande. Scoprii che quella foglia aveva fatto da madre all’albero. Di solito pensiamo che l’albero sia la madre delle foglie; ma guardandola capii che anche la foglia è madre dell’albero. La linfa che proviene dal terreno è solo acqua e minerali e non basta a nutrire l’albero. Perciò l’albero la distribuisce alle foglie che trasformano la linfa grezza in linfa raffinata e con l’aiuto del sole e dell’aria la restituiscono all’albero. Ecco perciò che le foglie sono madri dell’albero. Finché la foglia è legata all’albero dal picciolo, la comunicazione fra i due è evidente.
Non siamo più legati a nostra madre da un picciolo, ma quando eravamo nel suo grembo ne avevamo uno lunghissimo, il cordone ombelicale. L’ossigeno e il nutrimento che ci occorreva passavano attraverso quel picciolo. Ma il giorno della nostra nascita il picciolo fu reciso e ci siamo illusi di essere diventati indipendenti. Ma le cose non stanno così. Dipendiamo da nostra madre ancora a lungo, e a parte lei abbiamo anche molte altre madri. La terra, ad esempio. Siamo uniti alla madre terra da una quantità di piccioli. Ci sono piccioli che ci collegano alle nuvole. Se non ci fossero nuvole, non avremmo acqua da bere. Per un buon settanta per cento
siamo fatti d’acqua; il picciolo che ci unisce alle nuvole è una realtà tangibile. Si può dire lo stesso del fiume, del bosco, del taglialegna e del contadino. Ci sono centinaia di migliaia di piccioli che ci connettono a tutto quanto è nell’universo, che ci nutrono e assicurano la nostra esistenza. Riuscire a vedere il filo che ci lega? Se voi non foste là, io non sarei qui. Questo è certo. Se ancora non lo vedete, vi prego, guardate meglio; sono sicuro che ci riuscirete.
Ho chiesto alla foglia se aveva paura dell’autunno, di veder cadere le sue compagne. E la risposta è stata: “No. Per tutta la primavera e l’estate ho vissuto pienamente. Ho fatto del mio meglio per nutrire l’albero, e adesso una gran parte di me è lì. Questa forma non mi racchiude interamente. Io sono anche l’albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo. Perciò non mi preoccupo. Quando lascerò questo ramo, volteggiando nell’aria lo saluterò e gli dirò: “Arrivederci a presto”.
Quel giorno soffiava il vento; dopo un po’, vidi la foglia abbandonare il ramo e lasciarsi cadere a terra in una danza gioiosa, perché cadendo già si vedeva nell’albero. Era davvero felice. Chinai il capo in segno di rispetto, perché sapevo di avere molto da imparare da lei.

Da: Thich Nhat Hanh, “La pace è ogni passo”, Ubaldini, Roma, 1993.

Per approfondire:

Paolo Subioli – L’impermanenza ci fa scoprire il mondo eternamente nuovo

[La foto è di Nong Vang, Stati Uniti]

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