Perfetti sconosciuti, 7 motivi per vedere il film

perfetti sconosciutiPerfetti sconosciuti è un film italiano tra i più interessanti degli ultimi anni, che offre ottimi spunti di riflessione sul nostro rapporto coi dispositivi digitali. La pellicola racconta la storia di una serata a cena tra amici di vecchia data, i quali a un certo punto decidono di fare un gioco: per tutta la sera qualunque interazione sui telefoni cellulari dei presenti deve essere di dominio pubblico. Dunque ogni messaggio o telefonata deve essere resa nota a tutti in tempo reale, senza eccezioni. L’inedita situazione ovviamente svela molte verità nascoste e inconfessabili, che creano un certo scompiglio nel gruppo e soprattutto all’interno delle varie coppie presenti.

Curiosamente tutti i protagonisti accettano la sfida, pur sapendo – chi più chi meno – di avere un qualche segreto inconfessabile che potrebbe essere svelato. L’abitudine ad affidare ogni aspetto della nostra vita più intima agli smartphone è ormai così radicata che tendiamo a sottovalutare la fragilità di quella che ancora, ai tempi di Facebook, continuiamo a chiamare eufemisticamente “privacy“, termine che – va ricordato – significa diritto alla riservatezza della propria vita privata.

L’abitudine ci fa credere evidentemente che il rapporto intimo che abbiamo stabilito col nostro sé digitale sia esclusivo e inviolabile. È qualcosa di simile al rapporto stabilito con l’angelo custode, una figura ben nota fino alla mia generazione (nati negli anni ’60). L’angelo custode è un angelo che, secondo la tradizione cristiana, accompagna ogni persona nella vita, aiutandolo nelle difficoltà e guidandolo verso Dio. Questo angelo conosce tutti i nostri segreti ma non è interessato tanto a giudicarci, quanto piuttosto a rendersi disponibile per farci tornare sulla retta via, qualora lo desiderassimo. Un’entità non umana con la quale relazionarci in modo così intimo non è mai esistita nella storia, ed è per questo che l’unico paragone possibile col passato è quello con le entità soprannaturali (su questo tema si veda anche “Dio esiste, è una app“).

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La scatola nera

Un’immagine molto efficace evocata nel film è quella della scatola nera. Analogamente ai dispositivi installati sugli aerei, gli smartphone raccolgono informazioni su tutte le nostre attività, giorno dopo giorno. Poterli esaminare consentirebbe di ricostruire ogni aspetto della nostra vita più intima, come un vero e proprio alter ego digitale. Ce ne andiamo in giro tranquillamente con la nostra scatola nera in tasca, dando per scontato che nessuno si preoccuperà mai di andarci a scavare dentro. Ma è proprio così?

Il punto è che le altre persone – nemmeno quelle più care – conoscono il vero contenuto della scatola nera. E ciascuno di noi della propria ne ha solo una visione parziale. La scatola nera include ormai veramente tutto: le conversazioni con le persone in carne e ossa, ma anche le ricerche effettuate online e i siti visitati, le app utilizzate, gli spostamenti compiuti, lo stato di salute, eccetera. Se si svelasse il contenuto completo della mia scatola nera, che quadro ne emergerebbe? È un concetto in larga parte coincidente con quello di karma digitale: il contributo che diamo al mondo con i nostri pensieri, parole e azioni, il quale ci sopravviverà quando non ci saremo più.

Se le persone più intime – il partner, i familiari – ignorano cosa ci sia veramente nella scatola nera, significa che c’è una parte di noi che non conoscono. E non può che essere così. Ogni giorno vedono quell’oggetto nelle nostre mani, che potrebbe contenere qualcosa di noi che non vogliamo svelare. È un esercizio quotidiano di fiducia reciproca, per le coppie e nei rapporti parentali. Ma anche una sfida personale a essere giorno dopo giorno consapevoli del contenuto di quella scatola nera. Potremmo desiderare che non vi siano contenuti di cui vergognaci e agire di liberamente conseguenza. Decidere se regalare la propria password al partner o riservarci un’area di piena intimità. La scatola nera è lo scrigno della nostra libertà.

Questa pervasività del digitale ci sta conducendo verso direzioni ignote. Potremmo andare verso una società del controllo totale, nella quale le nostre vite sono alla mercé delle multinazionali del digitale. Oppure verso una società della trasparenza totale, nella quale sia impossibile mantenere i segreti. Quello che è in nostro potere è intanto usare questi oggetti in piena consapevolezza.

Per concludere, volete sapere quali sono i 7 motivi? Si trattava solo di un titolo a effetto, ma già che ci siamo eccoli: è ben scritto, ben girato, è profondo, è divertente, è ben recitato, è un bel film italiano e infine – ultimo ma non meno importante – affronta un tema caro a Zen in the City e ai suoi lettori!

Zen in the city. L’arte di fermarsi in un mondo che corre

Zen in the city. L'arte di fermarsi in un mondo che corre
"Questo libro è stato il mio primo contatto con lo zen. Per me che sono appena approdata in questo mondo è stato una rivelazione, perché parla di pratiche quotidiane che non necessitano di particolari conoscenze, ma che aiutano a vivere la vita in modo più sereno. è un libro alla portata di tutti, esordienti e esperti. è bello potercisi affidare in davvero molti momenti della giornata, perché nel libro si riesce a trovare la giusta…
Paolo Subioli

Ho scritto questo libro per condividere ciò che ho imparato nell’ambito della mia pratica quotidiana, grazie agli insegnamenti dei maestri, ma anche e soprattutto dell’esperienza diretta.

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