Internet è il nostro karma digitale

È ormai evidente che una tutela completa della privacy sia impossibile. Ogni nostro spostamento, ogni telefonata, ogni ricerca sul web, ogni parola scambiata sui social, ogni acquisto online: tutto viene registrato e utilizzato, chissà come, da persone a noi sconosciute. Forse è meglio farsene una ragione e cominciare a prenderci cura delle tracce che lasciamo, di quello che possiamo chiamare il nostro “karma” digitale.
Viviamo dentro un sensore
Non c’è bisogno di scandali clamorosi per rendersene conto. Basta aprire le impostazioni del proprio telefono e guardare la cronologia degli spostamenti: una mappa dettagliata di dove siamo stati, quando, per quanto tempo. L’abbiamo autorizzata noi, magari senza accorgercene, e racconta di noi più di quanto sapremmo raccontare con le nostre stesse parole.
Lo smartphone che teniamo in tasca non è soltanto un telefono. È un sensore permanente, sempre acceso: conosce la nostra posizione, ascolta quando gli parliamo, riconosce il nostro volto, registra a che ora ci addormentiamo e quante volte controlliamo le notifiche. E intorno a noi, nelle città, le telecamere si moltiplicano, sempre più spesso abbinate a sistemi di riconoscimento facciale.
Più di dieci anni fa le rivelazioni di Edward Snowden ci avevano mostrato che la sorveglianza di massa era una realtà, non un’ipotesi. Oggi quella consapevolezza fa parte del senso comune, al punto che abbiamo quasi smesso di indignarcene. La raccolta dei nostri dati non è più un’eccezione scandalosa: è il modello economico ordinario con cui funzionano i servizi che usiamo ogni giorno, quasi tutti in apparenza gratuiti. Paghiamo con la nostra vita registrata.
Il nostro karma digitale
Possiamo fare a meno dei social, possiamo perfino fare a meno dello smartphone. Ma, se non vogliamo vivere isolati dal resto del mondo, è inevitabile che lasciamo di continuo tracce digitali: dei nostri movimenti, delle nostre azioni, dei nostri punti di vista, dei nostri progetti, desideri, paure.
“Karma” è un termine sanscrito che significa “azione”. Nelle tradizioni spirituali indiane rappresenta il motore che dà origine al ciclo continuo di cause ed effetti. Il karma può essere inteso come la somma di tutte le azioni che compiamo, includendo anche le parole che pronunciamo e i pensieri che formuliamo, perché le tre cose sono inseparabili e tutte hanno effetti sugli altri, in una catena senza fine.
Quando moriremo, il nostro karma ci sopravvivrà, perché la catena di cause ed effetti protrarrà nel tempo le conseguenze delle nostre azioni, parole e pensieri. Il karma è dunque la nostra rappresentazione nel mondo, un alter ego che si distacca da noi ed esiste in modo autonomo.
Così è su internet. Ogni cosa che facciamo online lascia tracce indelebili – chiunque può archiviare e riutilizzare le informazioni che abbiamo veicolato – e queste tracce provocano conseguenze negli altri e nel mondo, senza che possiamo più controllarle. È il nostro “karma digitale“.
Quando il karma prende vita
C’è un aspetto che, dodici anni fa – quando scrissi la prima versione di questo articolo – potevo solo intuire. Oggi i nostri dati non vengono semplicemente archiviati: vengono dati in pasto ai sistemi di intelligenza artificiale, che li usano per imparare. Le nostre foto, i nostri testi, le nostre conversazioni diventano materiale grezzo con cui le macchine vengono addestrate.
La metafora del karma come “alter ego che si distacca da noi ed esiste in modo autonomo” diventa allora quasi letterale. Le nostre tracce non restano ferme in un archivio: vengono rielaborate, ricombinate, restituite in forme che non riconosciamo più come nostre eppure provengono anche da noi. Contribuiamo, senza saperlo, a costruire qualcosa che continuerà ad agire nel mondo molto dopo che ce ne saremo dimenticati.
Non è necessariamente una cosa cattiva. Ma è una ragione in più per fermarsi a guardare cosa stiamo seminando.
Prendersi cura delle proprie tracce
Di fronte a tutto questo, la reazione più comune è l’impotenza. I meccanismi sono enormi, opachi, fuori dalla nostra portata: che senso ha preoccuparsene?
Eppure il karma non funziona così. Non ci chiede di controllare le conseguenze delle nostre azioni – quelle, per loro natura, non ci appartengono. Ci chiede soltanto di fare attenzione alle azioni stesse. È un invito che vale anche, e forse soprattutto, nella vita online: portare consapevolezza a quello che scriviamo, condividiamo, cerchiamo. Non per paura della sorveglianza, ma per la stessa ragione per cui cerchiamo di essere presenti in qualsiasi altro gesto della giornata.
Ogni volta che siamo sul punto di pubblicare qualcosa, possiamo fermarci un istante e chiederci: che traccia sto lasciando? È un semplice gesto di presenza mentale, simile a quello con cui in meditazione osserviamo un pensiero prima di lasciarlo andare. Non cambierà il funzionamento di internet, ma cambia il modo in cui lo abitiamo – e, forse, la qualità di ciò che lasciamo dietro di noi.
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Fuori c’è la luna, appesa nel vuoto, anch’essa vuota.
Il sole, folle d’amore, le ha lasciato un chè di roseo…
Ritorno al computer, ma lo spengo,
mainato
Grazie Paolo, ancora un prezioso suggerimento
Antonella
L’ha ribloggato su pensieriinlibertà.