Allenare l’attenzione è un atto politico nell’era dell’AI

allenare l'attenzione

Dall’economia dell’attenzione all’economia dell’attaccamento

Uso spesso l’intelligenza artificiale. Molto spesso. La uso per scrivere, per sintetizzare, per esplorare idee, per organizzare materiali. Mi consente di fare cose che, da solo, richiederebbero molto più tempo. In alcuni casi mi permette proprio di fare cose che non sarei riuscito a fare.

Eppure, mentre la uso – grazie alla capacità di auto-osservazione acquisita grazie alla meditazione – mi faccio spesso una domanda: che cosa sta accadendo alla mia mente?

Sento che questo strumento accelera il risultato. Riduce la fatica cognitiva. Mi evita passaggi intermedi. Allo stesso tempo, ho l’impressione di dover “mollare” qualcosa: una lentezza, una ricerca, una fatica che non era solo un ostacolo, ma anche un allenamento.

Anni fa, mi aveva colpito il saggio Distracted di Maggie Jackson, una ricercatrice che sosteneva che Google, offrendoci risposte immediate, rischiasse di indebolire la nostra capacità di indagine. Non solo la memoria, ma la propensione stessa a farci domande. Ne avevo parlato in un articolo del 2018: il problema non era demonizzare Google, ma chiederci che cosa succede quando l’accesso immediato alla risposta riduce il tempo dell’esplorazione.

Con ChatGPT il passaggio è ancora più potente. Non si tratta solo di cercare informazioni. Si tratta di delegare formulazioni, connessioni, sintesi. Di privilegiare il risultato sul percorso.

Delegare alle macchine è inevitabile?

Mi chiedo se questa deriva sia inevitabile. Forse sì. Nel corso dell’evoluzione abbiamo rinunciato a molte abilità mentali.

  • Abbiamo cominciato perdendo la capacità di memorizzare dettagli a breve termine, quando ci siamo differenziati dagli scimpanzè.
  • Con l’invenzione della scrittura, abbiamo indebolito di parecchio la nostra memoria e la nostra capacità di approfondire attraverso il dialogo, come faceva notare Platone nel Fedro.
  • Con l’invenzione della stampa (1450) abbiamo iniziato a delegare parte delle nostre capacità cognitive a supporti esterni, in particolare la memoria.
  • E così via.

Ma quello che stiamo vivendo oggi con l’AI è un passaggio che riguarda la qualità della coscienza. E ciò che riguarda la coscienza merita attenzione.

“Attention economy” vs. “attachment economy”

Ho trovato parole molto lucide su questo tema in un articolo di Peter Hershock, Safeguarding Attention. Hershock osserva che non siamo più soltanto nell’“economia dell’attenzione”, il sistema economico in cui la risorsa più preziosa non sono i beni o i servizi, ma il tempo e l’attenzione delle persone, catturati e monetizzati dalle piattaforme digitali.

Con l’AI, abbiamo compiuto un passaggio ulteriore, verso un’“economia dell’attaccamento”. Non si tratta più solo di catturare il nostro tempo. Si tratta di entrare nelle nostre relazioni.

Quando una parte crescente delle persone si rivolge all’AI per compagnia, per consigli di vita, per orientarsi nelle decisioni personali, non siamo più nel semplice ambito dell’informazione. Siamo nel campo della cura, della fiducia, dell’affidamento.

Hershock scrive una frase che mi ha colpito profondamente:

Senza libertà di attenzione non c’è libertà di intenzione.

Se la mia attenzione è costantemente orientata, sollecitata, anticipata da sistemi intelligenti che imparano dai miei comportamenti, la mia intenzione non nasce più in uno spazio veramente libero.

Non è un discorso tecnofobico. L’AI ha enormi potenzialità. Ma l’affidabilità scivola facilmente nella dipendenza. L’assistenza può diventare sostituzione. L’accelerazione può diventare impoverimento.

L’attenzione costruisce realtà

Nel linguaggio buddhista, l’attenzione non è un semplice atto passivo. È qualcosa che “fa mondo”. Ciò che nutriamo con l’attenzione cresce. Ciò che ripetiamo diventa abitudine. Ciò che automatizziamo diventa identità.

Quando l’attenzione viene continuamente attratta da stimoli superficiali e gratificanti, si riproducono schemi automatici. Quando invece è allenata alla profondità, alla lentezza, all’indagine, si aprono possibilità diverse.

Allenare l’attenzione significa decidere che tipo di essere umano voglio diventare.

E qui la questione non è più privata.

Pratica personale e azione collettiva

Un gruppo di studiosi buddhisti, coordinati dal Nan Tien Institute, ha recentemente redatto un documento per le Nazioni Unite, intitolato Buddhist Data Principles. L’idea di fondo è semplice e radicale: la governance dei dati non può limitarsi alla privacy o alla proprietà. Deve occuparsi dell’intero ciclo della vita dei dati e del ruolo centrale dell’attenzione.

Le raccomandazioni sono tre:

  1. Stabilire “guardrail” etici che tutelino la sovranità dei dati personali.
  2. Spostare la logica degli algoritmi dalla cattura dell’attenzione al benessere collettivo.
  3. Integrare la riduzione del tempo-schermo con una formazione meditativa e valoriale.

È un passaggio importante. Perché ci ricorda che non basta la pratica individuale. Servono anche regole, orientamenti, responsabilità collettive.

La meditazione senza consapevolezza delle dinamiche sistemiche rischia di diventare evasione. La regolamentazione senza trasformazione interiore rischia di essere inefficace.

Il doppio binario è indispensabile: pratica personale e azione collettiva.

Il rischio invisibile: perdere l’indagine

Tornando alla mia esperienza quotidiana con l’AI, la domanda che mi accompagna è questa: sto usando uno strumento, oppure sto lentamente rinunciando a una parte del mio allenamento mentale?

La fatica dell’indagine non è solo un ostacolo. È un esercizio. È il luogo in cui si sviluppano intuizione, connessioni impreviste, domande nuove.

Se privilegio sempre il risultato sul percorso, rischio di ridurre la mia capacità di stare nell’incertezza. E l’incertezza è il terreno della creatività e della libertà.

Non sto dicendo che dovremmo rifiutare queste tecnologie. Sarebbe ingenuo e sterile. Sto dicendo che dobbiamo usarle con vigilanza.

Perché la qualità della coscienza collettiva dipende dalla qualità della nostra attenzione.

Allenare l’attenzione è un atto politico

In questo caso, per “politico” non intendo certo in senso partitico. È politico nel senso della polis, della comunità.

Quando alleno la mia attenzione:

  • proteggo la mia libertà di intenzione;
  • contribuisco alla qualità delle relazioni;
  • partecipo alla costruzione di una coscienza collettiva meno automatica.

In un’epoca in cui l’economia non cattura solo dati ma relazioni, allenare l’attenzione diventa un gesto di responsabilità pubblica.

Non si tratta di chiudersi in un eremo digitale. Si tratta di restare presenti mentre usiamo strumenti potentissimi.

Una pratica semplice quando usi l’AI

Per concludere, ti propongo una pratica molto concreta.

La prossima volta che usi un sistema di intelligenza artificiale:

  1. Prima di iniziare
    Fermati. Fai tre respiri consapevoli.
    Chiediti: Perché la sto usando? Che cosa sto cercando davvero?
  2. Durante
    Nota il corpo.
    C’è fretta? Eccitazione? Sollievo?
    Osserva l’impulso ad andare subito al risultato.
  3. Dopo
    Chiediti:
    Ho imparato qualcosa?
    Oppure ho semplicemente delegato?

Non c’è una risposta giusta o sbagliata. C’è solo la possibilità di restare consapevoli.

Non si tratta di rifiutare la tecnologia. Si tratta di non perdere la libertà mentre la usiamo.

Allenare l’attenzione, oggi, è un atto politico.


Ti piacerebbe passare 3 giorni a coltivare la tua capacità di attenzione, di esplorazione interiore e di connessione con gli altri?

Unisciti a noi nel prossimo ritiro organizzato da Zen n the City:

Vuoi ricevere gli aggiornamenti da Zen in the City?

Inserisci il tuo indirizzo per ricevere aggiornamenti (non più di 1 a settimana):

(ricordati dopo di cliccare sull’email di conferma)

[La foto in primo piano nell’immagine è di Heitor Verdi, Brasile]

Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Panoramica privacy

Questo sito web utilizza i cookie per potervi offrire la migliore esperienza d'uso possibile. Le informazioni contenute nei cookie vengono memorizzate nel browser dell'utente e svolgono funzioni quali il riconoscimento dell'utente quando torna sul nostro sito web e l'aiuto al nostro team per capire quali sezioni del sito web sono più interessanti e utili per voi visitatori.