L’intelligenza artificiale ci rende più soli? 5 consigli e una pratica di mindfulness

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Uso l’intelligenza artificiale tutti i giorni. La versione a pagamento di ChatGPT mi conosce piuttosto bene e riesce ad anticipare ciò di cui ho bisogno. Ma mi affido anche ad altri strumenti: NotebookLM di Google, Canva, Grammarly e via dicendo. Sono un professionista indipendente in un settore competitivo, dove occorrono competenze sempre nuove e spesso servirebbero risorse che non ho. Quindi, da un certo punto di vista, l’IA è una benedizione. Mi permette di fare meglio, e più in fretta, cose che da solo richiederebbero molto più tempo o aiuto esterno.
Quando l’IA ci rende più soli
Eppure, ogni tecnologia ha un suo lato oscuro, e l’IA non fa eccezione. Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto questa alleata – che trovo straordinaria – stia anche cambiando il mio modo di lavorare e relazionarmi. Per esempio, tante interazioni che prima avrei avuto con altri esseri umani, oggi le ho solo con la macchina. Invece di scrivere a un collega per un parere, chiedo a ChatGPT. Invece di confrontarmi con qualcuno, risolvo molte delle sfide quotidiane nel mio studio, da solo.
Il risultato? Un lento scivolamento verso la solitudine. Una solitudine particolare, quella digitale, fatta di risposte istantanee e competenti, ma prive di sguardo, empatia, imprevisto. Una solitudine che si aggiunge alla tanta già creata dalla diffusione di smartphone, social e ecommerce.
Un interlocutore unico
E non è solo una questione personale. L’intelligenza artificiale sta diventando il nostro primo interlocutore digitale, riducendo il nostro bisogno di navigare tra fonti, siti, contenuti creati da altri. Un unico punto di accesso, efficiente, ma separante e monopolizzante.
Pertanto è molto importante essere consapevoli dell’impatto emotivo dell’IA mentre la usiamo. Chiederci, ogni tanto: come mi sento, adesso? Dopo ore passate davanti allo schermo, a dialogare con una macchina, quali tracce ha lasciato nel corpo e nella mente questa interazione?
Questo interlocutore unico, peraltro, è come un gigante affamato che si sta mangiando i contenuti creati da milioni di app e siti web. Incluso Zen in the City.
Meditazione sull’intelligenza arttificiale
Una breve pratica di consapevolezza può aiutarci. Ti propongo questa, da fare appena dopo essersi fermati e aver preso consapevolezza della posizione del corpo e dei punti di contatto con la sedia.
Inspirando, riconosco la solitudine digitale.
Espirando, accolgo ciò che sento senza giudizio.Inspirando, riconosco il mio bisogno di contatto.
Espirando, mi apro alla possibilità di una relazione reale.
La mindfulness ci permette di vedere ciò che altrimenti rischia di restare invisibile. Senza demonizzare nulla, ma riconoscendo la differenza qualitativa tra una relazione con una macchina e una con un altro essere umano.
Un impatto ambientale che non possiamo ignorare
E poi c’è un altro aspetto di cui dobbiamo tenere conto: l’intelligenza artificiale consuma moltissima energia. Anche acqua. I modelli di IA generativa richiedono enormi risorse per funzionare: server, centri dati, raffreddamento costante. Non è questo l’argomento principale del post, ma è bene ricordarlo: non possiamo ignorare l’impatto ambientale delle tecnologie che usiamo ogni giorno.
È importante sapere che non tutti gli usi dell’intelligenza artificiale sono equivalenti, dal punto di vista ambientale. Usarla per generare video e immagini sono le attività a maggiore impatto.
5 consigli per usare l’IA in modo consapevole
Per integrare consapevolezza e tecnologia, ecco 5 semplici consigli:
- Chiediti se davvero serve l’IA: sa fare bene tante cose, ma non serve a tutto. Ogni volta che intraprendi un’attività, chiediti se ChatGPT o Gemini sono veramente le opzioni migliori.
- Fai una domanda a una persona: ogni tanto, scegli di consultare un amico, un collega, un esperto in carne e ossa.
- Prenditi delle pause frequenti: una campanella ogni mezz’ora, un bicchiere d’acqua, un po’ di stretching, un momento per tornare al corpo.
- Fai almeno una telefonata al giorno: una voce amica, una chiacchierata vera con un essere umano, fanno veramente la differenza.
- Esci, tocca una pianta, guarda il cielo: il contratto con la natura è realmente rigenerante e l’ideale sarebbe avercelo quotidianamente.
IA al servizio della vita
In conclusione, non dobbiamo rinunciare all’intelligenza artificiale. Sarebbe impossibile, e forse anche controproducente. Ma possiamo usarla in modo consapevole, al servizio della vita, non della separazione.
E tu? Hai mai sentito il bisogno di disconnetterti, di cercare più contatto umano dopo tanto tempo passato con la tecnologia? Raccontalo nei commenti.
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