Sempre connessi, sempre più soli – Il grande inganno della comunicazione digitale

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Non so se capita anche a voi, ma da un po’ di tempo mi succede spesso di sentirmi più solo di prima. Non si tratta tanto dell’assenza di qualcuno in particolare, ma di un senso diffuso, sottile, come se la ricchezza delle relazioni nella mia vita si fosse impoverita.
Ne ho parlato con altri, e quasi tutti mi dicono la stessa cosa. Ci sentiamo tutti più soli di prima.
Un disagio silenzioso, ma condiviso
È una solitudine che non fa rumore, perché è piena di notifiche, messaggi, chat, aggiornamenti. Ma proprio questo è il punto. Siamo immersi in un flusso continuo di interazioni digitali che ci fanno sentire “connessi”, eppure qualcosa di profondo viene a mancare.
Siamo sicuri che questa connessione sia vera connessione?
Catturati dallo schermo
Negli anni sono stato un entusiasta delle tecnologie digitali. Un “early adopter”, come si dice. Ho abbracciato con curiosità ogni innovazione – dallo streaming musicale ai pagamenti online – affascinato dalle possibilità che ci offrono.
Giro orgoglioso con il solo telefono in tasca, perché tengo tutto lì: soldi, documenti, ecc. Il mio fido portafoglio Eastpack – che scelsi perché privo di componenti di origine animale – mi tocca lasciarlo a casa, solo soletto. Quest’estate l’ho lasciato in una casa presa in affitto a Stromboli. Me ne sono accorto solo dopo una settimana che ero tornato, e perché mi ha scritto il padrone di casa per dirmelo!

Il mio fido portafoglio in tela, ormai costretto a rimanere sempre a casa.
Eppure oggi mi accorgo che qualcosa non torna. Perché, se questi strumenti ci fanno risparmiare tempo, dovremmo avere più spazio per stare con gli altri. Ma succede davvero?
Spesso, in realtà, accade il contrario. Il tempo che risparmiamo lo reinvestiamo… nello stare ancora di più davanti a uno schermo.
Informazione sociale ≠ connessione sociale
Su questo argomento c’è un libro che mi ha ispirato molto, Screened In di Anthony Silard. Silard distingue tra “informazione sociale” – sapere cosa fanno gli altri, anche quelli che non vediamo da anni – e “connessione sociale”, che è il sentire, l’essere in relazione, con corpo e cuore.
E noi, troppo spesso, scambiamo l’una per l’altra.
Ci illudiamo di essere vicini agli altri perché riceviamo i loro aggiornamenti, ma in realtà siamo lontani. Perché mancano il corpo, lo sguardo, la voce. Manca la presenza.
Il 93% della comunicazione è non verbale
È stato stimato che il 93% della comunicazione tra esseri umani avviene attraverso mezzi non verbali: tono della voce, espressioni del volto, gesti. Per lo meno nei contesti dove l’aspetto emotivo svolge un ruolo essenziale. Quando comunichiamo solo tramite testo – messaggi, post, commenti – tagliamo fuori quasi tutto.
È come se cercassimo di nutrirci guardando le foto del cibo. Bello, sì, ma non sazia.
Come usare il tempo che guadagniamo?
Ogni volta che una tecnologia ci fa risparmiare tempo, dovremmo chiederci: come voglio usarlo questo tempo? Per connettermi davvero con qualcuno? Per ascoltare? Per essere presente? Per connettermi maggiormente con me stesso/a?
Oppure lo riempiamo automaticamente con altro tempo online, in un circolo che non si ferma mai?
La consapevolezza come scelta
La sfida di oggi è vivere in un mondo dove le tecnologie ci stimolano di continuo, e scegliere consapevolmente. Ogni gesto, ogni clic, ogni scroll può essere un’occasione per fermarsi e chiedersi:
Sto cercando qualcosa che questo strumento non può darmi?
Sto rispondendo a un bisogno autentico, oppure solo a un’abitudine?
Essere consapevoli significa rientrare in possesso della propria vita. Significa allineare ciò che facciamo con ciò che conta davvero per noi.
Un invito a tornare presenti
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di usarla con intenzione. L’intenzione viene prima di tutto. Si tratta di fare spazio alla relazione vera, quella che richiede tempo, silenzio, ascolto. Quella che non si misura in “mi piace”, ma in presenza.
Perché se è vero che siamo più soli, è anche vero che possiamo scegliere. Momento per momento.
E forse, proprio ora, possiamo iniziare.
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