Instagram provoca molti danni psicologici, ma c’è il modo di rimediare

Quanto è reale la realtà che percepiamo? E come ci condiziona Instagram nella costruzione di questa realtà? Sono due domande per le quali cercare una risposta, anche se non è facile, è importantissimo. Un paper scientifico da poco uscito ci spinge alla riflessione (e all’azione), perché sostiene che l’uso di piattaforme come Instagram e Snapchat alterano la nostra capacità di interpretare la realtà. Se penso a chi è nella fase dell’infanzia e dell’adolescenza – e dunque sta ancora elaborando tale capacità – mi vengono i brividi!
Il documento in questione s’intitola “Digital Being: social media and the predictive mind” (Essere digitale: i social media e la mente predittiva) ed è stato pubblicato su una rivista scientifica (Neuroscience of Consciousness) nel 2024. Questo mi sembra importante precisarlo.
Il paper analizza il ruolo dei social media nell’influenzare il benessere mentale, utilizzando il quadro teorico dell’Active Inference Framework (AIF), la teoria dell’inferenza attiva. Questo modello descrive il cervello come un motore predittivo che minimizza continuamente le discrepanze tra le previsioni e i segnali sensoriali ricevuti. Secondo gli autori, i social media possono distorcere i modelli generativi delle persone, rendendoli meno flessibili e più suscettibili a errori di previsione, con potenziali effetti negativi come dipendenza, ansia e depressione.
Gli autori sottolineano che piattaforme come Instagram o Snapchat offrono ambienti digitali iperstimolanti che sovraccaricano il sistema cognitivo con informazioni non autentiche, come immagini modificate o ideali irrealistici. Questo alimenta un ciclo patologico di aspettative irrealistiche e difficoltà a riconciliarsi con la realtà offline. È interessante come, allo stesso tempo, gli autori osservano che alcuni strumenti digitali o mondi virtuali, come i MMORPG (giochi di ruolo online), non producono gli stessi effetti negativi grazie alla loro natura volutamente distante dalla realtà.
Il paper propone soluzioni per mitigare questi effetti, tra cui regolamentazioni sui contenuti digitali (ad esempio, limitare l’uso di filtri) e un design tecnologico riveduto e corretto.
Cos’è l’Active Inference Framework (AIF) e perché è molto importante
L’Active Inference Framework (AIF) è un modello teorico della mente e del cervello sviluppato in neuroscienze e intelligenza artificiale, incentrato sul ruolo del cervello come motore predittivo. È un approccio che mette radicalmente in discussione le nostre idee comuni su come funziona il nostro cervello.
Secondo l’AIF, il cervello non è un semplice elaboratore di informazioni, ma un sistema che costruisce continuamente modelli generativi del mondo. Questi modelli servono a prevedere i segnali sensoriali futuri basandosi su esperienze passate. Quando c’è una discrepanza tra le previsioni del modello e i segnali sensoriali ricevuti (ad esempio, un suono inatteso), si genera un “errore predittivo”. Il cervello cerca di minimizzare questo errore in due modi:
- Aggiornare il modello interno per allinearlo meglio con la realtà.
- Agire sull’ambiente per far sì che i segnali sensoriali si allineino con le aspettative.
È una rivelazione sconvolgente: la visione non è un processo di elaborazione di immagini che provengono dall’esterno. Il cervello prevede ciò che si aspetta di vedere e poi confronta queste previsioni con le informazioni che arrivano dagli occhi, aggiornando continuamente il modello mentale della realtà per ridurre gli errori di previsione.
Che ci piaccia o no, questo è il modello più attendibile oggi disponibile sul nostro modo di elaborare la conoscenza, dunque diamolo per buono.
Instagram e la distorsione della realtà
Il modello dell’Active Inference Framework suggerisce che il nostro approccio alla realtà è un continuo aggiustamento tra come ci immaginiamo che le cose debbano essere e i feedback che ci arrivano attraverso i nostri organi di senso. Il problema nasce quando dagli organi di senso ci giungono informazioni distorte.
I social media forniscono un flusso continuo di informazioni curate, idealizzate e spesso non autentiche.
- Contenuti modificati: filtri, editing e rappresentazioni perfezionate della vita quotidiana (corpi perfetti, vacanze da sogno) danno agli utenti un’immagine distorta della realtà.
- Feedback sociale amplificato: like, commenti e condivisioni agiscono come rinforzi che spingono gli utenti a conformarsi a standard irrealistici.
Questi contenuti diventano “prove” che il cervello utilizza per aggiornare i propri modelli generativi del mondo. Se le aspettative di ciò che è normale o desiderabile vengono definite principalmente da queste immagini idealizzate, le persone iniziano a percepire un forte divario tra ciò che vedono online e la loro esperienza offline.
Quando questo divario diventa evidente, si innesca un ciclo negativo:
- Il cervello non riesce a conciliare ciò che si aspetta (per esempio, essere percepiti come “attraenti” o “di successo”) con la realtà offline, in cui le persone non ricevono la stessa validazione o riconoscimento.
- Questa discrepanza genera emozioni negative, come bassa autostima, ansia e depressione.
- Gli utenti cercano di ridurre questo errore predittivo agendo sull’ambiente:
- modificando la propria apparenza (es. interventi estetici);
- aumentando il tempo trascorso online, per inseguire l’illusione di successo e validazione attraverso feedback positivi.
- L’interazione continua con i social rafforza il ciclo, poiché l’utente diventa sempre più dipendente dal sistema per colmare il divario tra aspettative e realtà.
È difficile interrompere questo ciclo, perché i social media sono progettati per essere iperstimolanti e coinvolgenti e per dare dipendenza. L’impatto sulla salute mentale si traduce in bassa autostima e insoddisfazione, ansia sociale, depressione.
La consapevolezza come rimedio
Il meccanismo descritto costituisce un gran guaio, perché social media come Instagram sono il pane quotidiano di tante persone: circa il 45% della popolazione italiana ha un account Instagram, che è usato regolarmente da oltre il 70% degli under 35.
Le soluzioni non possono essere i divieti a scuola, innanzi tutto perché già ci sono e la loro applicazione è parziale, ma poi perché i ragazzi a scuola ci passano solo una parte del proprio tempo. E il problema riguarda anche gli adulti, che peraltro sono i modelli a cui i giovani guardano.
Quello che modestamente possiamo proporre dal punto di vista di Zen in the City è di aumentare la consapevolezza, non solo rispetto all’uso dei social, ma come criterio generale. È importante imparare a vedere i propri schemi di comportamento e sentire che tipo di emozioni proviamo quando stiamo davanti al telefono. Non è un obiettivo irraggiungibile. Ad esempio è possibile fare due cose molto semplici, da introdurre nella propria giornata:
- momenti senza telefono;
- momenti di silenzio interiore e attenzione rivolta al corpo.
È sufficiente farlo anche solo per 5 o 10 minuti, ma tutti i giorni, in modo che rientrino nelle nostre routine abitudinarie. Prendere confidenza col momento presente, sentire come stiamo, prendere contatto con le emozioni. Questi sono gli antidoti più efficaci all’alienazione da Instagram.
WISE-UP: integrare la mindfulness nell’istruzione per un benessere digitale
La scuola può essere il terreno ideale per coltivare un nuovo tipo di consapevolezza. Perciò come Zen in the City ci siamo attivati in tale ambito promuovendo un progetto europeo. Il progetto WISE-UP (Wellness Integration and Smart Education for Understanding and Prevention) si pone come obiettivo principale la promozione del benessere digitale e della salute mentale tra studenti e insegnanti attraverso la mindfulness.
Finanziato dal programma Erasmus+ della Commissione Europea, il progetto avrà una durata di tre anni e coinvolgerà partner di sei paesi europei: Italia, Francia, Germania, Grecia, Spagna e Turchia.
L’ipotesi alla base di WISE-UP è che i ragazzi debbano sperimentare direttamente, e così comprendere, gli effetti che i dispositivi digitali hanno sul proprio benessere. Lo faremo creando un curriculum scolastico innovativo, che integri alfabetizzazione digitale e benessere mentale, ovviamente con l’aiuto degli insegnanti. In ciascuno dei 6 paesi coinvolti manderemo istruttori di mindfulness specializzati, che mostreranno agli insegnanti come aiutare i ragazzi a fermarsi, sentire il corpo, riconoscere le proprie emozioni. Partecipano a questa avventura organizzazioni molto esperte in ciascun paese. Per l’Italia nelle scuole ci sarà Mindfulness Project, già attiva con il progetto Mindfulness Education.
WISE-UP è soltanto un’iniziativa dal basso, ma che rappresenta un’opportunità unica per trasformare il modo in cui le scuole affrontano le sfide digitali, promuovendo un approccio più consapevole e sano alla tecnologia. Vi terremo aggiornati sul progetto!
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