La mindfuness favorisce l’altruismo. E allora?

La pratica di mindfulness, basata sulla meditazione, favorisce l’altruismo. Il collegamento tra i due fenomeni, che non è poi così scontato, emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature. In questo articolo vi spiegherò cos’è l’altruismo dal punto di vista evolutivo, che cos’è emerso dallo studio pubblicato su Nature e quali conseguenze può avere per noi questa scoperta.
Cos’è l’altruismo dal punto di vista evolutivo
L’altruismo può essere definito come un comportamento che comporta un costo per chi lo compie e un beneficio per qualcun altro. Questo lo distingue dalla cooperazione, in cui entrambe le parti ottengono un vantaggio. L’altruismo è quindi un atto prosociale – cioè che va a beneficio degli altri, più che di se stessi – in cui il donatore non riceve alcuna ricompensa diretta o immediata.
L’altruismo è un comportamento fondamentale per la vita sociale, capace di rafforzare la coesione dei gruppi umani e favorire il benessere collettivo. Tuttavia, esso non si manifesta sempre in modo uniforme: spesso dipende dal contesto e da fattori individuali (età, educazione, valori).
Dal punto di vista evolutivo, l’altruismo può sembrare paradossale, perché implica un sacrificio individuale senza ottenere un ritorno immediato. Eppure, secondo la psicologia evoluzionistica, questi comportamenti emergono come strategie utili per la sopravvivenza dei gruppi e per il mantenimento di relazioni sociali stabili.
Due teorie risultano particolarmente utili a spiegare l’altruismo:
- la selezione parentale (kin selection) ci dice che l’altruismo può favorire la sopravvivenza di geni condivisi all’interno della famiglia o del gruppo di parentela. Donare o aiutare un parente, anche a costo di sé, aumenta le probabilità che il proprio patrimonio genetico venga trasmesso;
- l’altruismo reciproco (reciprocal altruism), teorizzato da Robert Trivers nel 1971, prevede che atti altruistici tra individui non imparentati possano comunque avere un ritorno differito: “io aiuto te oggi, tu aiuterai me domani”. Questo meccanismo crea reti di cooperazione stabili e vantaggiose per entrambi.
Gruppi con maggiore coesione e comportamenti altruistici interni tendono ad avere più probabilità di sopravvivenza e successo rispetto a gruppi meno solidali. L’altruismo, quindi, si diffonde perché rafforza il gruppo nel suo insieme. Vale la pena sottolineare la relazione tra altruismo ed empatia, un sentimento di certo benefico, ma che hai dei limiti, come ho già riportato in un altro articolo. L’empatia si esprime tipicamente nei confronti di altre persone del proprio gruppo sociale (villaggio, città, nazione), ma non (o quasi per niente) nei confronti degli estranei.
Lo studio su mindfulness e altruismo
Obiettivo dello studio “Mindfulness Meditation Activates Altruism”, pubblicato nel 2020, era di analizzare se una breve sessione online di meditazione mindfulness possa aumentare il comportamento altruistico, misurato come la percentuale di donazione di una parte del compenso dei partecipanti a un’organizzazione benefica, in un contesto simile al “Dictator’s Game”.
Il Dictator’s Game è un esperimento di economia comportamentale in cui a un partecipante, chiamato “dittatore”, viene assegnata una certa somma di denaro o risorse e gli viene chiesto di decidere liberamente se e quanto condividerne con un altro soggetto anonimo, senza che quest’ultimo possa influenzare la scelta o offrire qualcosa in cambio, con l’obiettivo di studiare fino a che punto le persone agiscono secondo logiche altruistiche o egoistiche in assenza di pressioni esterne o aspettative di reciprocità.
Lo studio ha coinvolto 326 partecipanti reclutati online, suddivisi casualmente in due gruppi: uno ha seguito una breve meditazione guidata e l’altro un video di disegno (condizione di controllo). La condizione di controllo è il gruppo di riferimento in un esperimento scientifico, che non riceve il trattamento in studio e serve per confrontare gli effetti della variabile testata. È un elemento tipico degli studi basati sul metodo scientifico.
Entrambi i video avevano durata simile, tra 4,5 e 5,5 minuti. Dopo la visione, ai partecipanti è stata offerta la possibilità di donare parte del loro compenso a enti di beneficenza. I partecipanti che avevano seguito la meditazione hanno donato in media 2,61 volte di più rispetto al gruppo di controllo, anche controllando per variabili socio-demografiche (come età, livello di istruzione, etnia, ecc.). Il gruppo della meditazione ha donato in media circa il 10,96 % del compenso, contro il 6,09 % del gruppo di controllo.
Lo studio suggerisce che anche una singola sessione breve di meditazione mindfulness online può aumentare comportamenti altruistici e di collaborazione sociale, soprattutto in persone con bassa predisposizione iniziale verso la donazione.
E allora, a cosa ci serve saperlo?
Ogni volta che vengo a sapere di studi che dimostrano i benefici della mindfulness, mi chiedo a cosa mi serve saperlo. Ogni mattina mi siedo sul mio cuscino a meditare e questo mi dà un grande piacere. Col tempo sento che la meditazione non solo è per me fonte di piacere e di gioia, ma mi fa stare bene e mi dà più equilibrio. È qualcosa che semplicemente sperimento in prima persona. Ogni studio in più che dimostra gli effetti della meditazione sulla salute mi lascia un po’ freddo.
Sapere che la mindfulness favorisce l’altruismo mi gratifica, perché mi conferma che il lavoro che svolgo tramite Zen in the City e la sua Community è particolarmente utile. Ma non mi spinge a praticare di più. Sono già abbastanza motivato!
Piuttosto mi sembra interessante riflettere (eventuali commenti all’articolo sarebbero per questo graditi) su come indirizzare il nostro altruismo, specialmente in questi tempi difficili. Tutti noi ne disponiamo, in una certa misura. Tale misura dipende in larga parte dalla nostra storia familiare e dall’ambiente sociale, ma anche la nostra pratica meditativa ha la sua influenza.
Oggi non è facile essere altruisti, perché viviamo in un mondo socialmente frammentato, nel quale le comunità sono pochissimo presenti e svolgono un ruolo minore. A questo si aggiunge che l’uso continuo dei dispositivi digitali ci isola sempre di più, indebolendo ulteriormente il tessuto sociale di reciproca connessione. Le aggregazioni sociali che un tempo erano la norma (club, circoli, parrocchie, partiti, sindacati, ecc.) oggi sono un’eccezione. Tutto ciò in un contesto cupo, dominato dalla paura per la crisi ecologica e climatica e dalla crisi delle democrazie.
Pace in noi stessi, pace nel mondo

La risposta che insegnanti buddhisti come Thich Nhat Hanh danno al mio dubbio è bene espressa in questa calligrafia, che dice: “Pace in sé stessi, pace nel mondo”. Se riusciamo a creare pace dentro di noi e attorno a noi, diamo al mondo il contributo più radicale che ci è possibile: quello di rimuovere alla base le radici della sofferenza.
Avanti dunque con la pratica. Fa del bene a noi a agli altri. Ma in questi tempi non è facile mantenere la calma e non arrabbiarci. Già solo la presenza quotidiana del presidente Trump sui media è più che sufficiente a mettere in crisi la nostra equanimità. E anche se riuscissimo a mantenere una visione ampia – consapevoli di tutte le cose terribili successe nel corso dell’intera storia umana – non basterebbe, perché probabilmente servirebbe qualcosa di più, delle forme di impegno più concrete.
Nei giorni scorsi si è sviluppato un interessante dibattito all’interno di un gruppo di discussione a cui partecipo, legato alla comunità dell’Interessere, che fa capo agli insegnamenti di Thich Nhat Hanh. Nel gruppo di parlava dell’attualità del “buddhismo impegnato”, in questo momento storico. Il buddhismo impegnato è una corrente del buddhismo contemporaneo nata negli anni ’60 in Vietnam con lo stesso Thích Nhất Hạnh, che integra la pratica meditativa e la saggezza spirituale con l’azione sociale, politica ed ecologica per alleviare la sofferenza nel mondo, in risposta alla guerra e alle ingiustizie
Una partecipante al dibattito ha proposto un elenco – veramente ampio – di modi in cui un impegno del genere può prendere forma al giorno d’oggi. Si va dal fare volontariato al sostenere una ONG, dal consumare meno allo scegliere vacanze sostenibili. Chiunque può veramente fare qualcosa di utile. Un’altra persona ha poi sottolineato che non solo è importante quello che facciamo, ma anche qual è la nostra motivazione più profonda nel farlo.
Insomma, il terreno su cui lavorare è veramente ampio e fecondo. Non c’è motivo per farsi paralizzare dal pessimismo. L’altruismo è una qualità umana naturale, non eccezionale. Tutti ne siamo dotati almeno in piccola parte, e la ricerca di Nature ha dimostrato che possiamo perfino coltivarlo deliberatamente. L’importante è essere consapevoli della sua preziosità. Se ce lo teniamo tutto per noi, è un po’ uno spreco, non vi pare?
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