Experience Blocker: come lo smartphone ci separa dalla vita e impedisce ai ragazzi di diventare adulti

Quand’ero bambino si giocava a pallone soprattutto per strada e nei giardini pubblici. Prima di ogni partita c’era il rito della conta. Due di noi si autoproclamavano alla guida delle due squadre e si disputavano la scelta dei giocatori a pari e dispari, recitando un ritornello tipo “bim bum bam le giù”. Chi vinceva, in ciascuna tornata, aveva diritto a scegliersi per primo un compagno di squadra e si andava avanti finché non eravamo stati tutti scelti. È chiaro che per ultimi rimanevano i più scarsi. Se si era dispari, la scelta finale era tra il ragazzino più scarso di tutti e palla e porta. Figuratevi che umiliazione per l’ultimo, quando chi vinceva la conta preferiva palla e porta!

Io ero proprio uno di quelli delle ultime scelte. Negli sport ero scarso. E spesso era presente mio fratello, da tutti soprannominato Rivera, per la sua abilità ed eleganza nel giocare a calcio. Insomma, erano momenti non facili. Inoltre potevano capitare un sacco di inconvenienti, tipo sbucciarsi le ginocchia su un terreno polveroso, subire le prepotenze dei più arroganti, prendersi la pioggia, a volte persino essere picchiati. Il tutto rigorosamente senza la supervisione degli adulti, per interi pomeriggi.

Ma sono sopravvissuto lo stesso. E anzi, mi rendo conto che quello era il mio addestramento alla vita. Il gioco, come per tutti i cuccioli, è il modo naturale con cui un bambino esplora il mondo, costruisce la propria identità e impara a diventare adulto.

Cosa succede quando il gioco viene sostituito da ore e ore passate davanti a uno schermo? In questo articolo vi parlerò degli smartphone come “experience blocker”, un termine coniato da Jonathann Haidt, autore di “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli“. Haidt sostiene che gli smartphone, sebbene utili, agiscano come “blocchi esperienziali”, impedendo ai giovani di partecipare a interazioni sociali reali, attività fisiche e momenti di gioco non strutturato, fondamentali per lo sviluppo emotivo e sociale.

giocare a pallone per strada

Giocare a pallone per strada comporta dei rischi, ma ti insegna a vivere.

Gli smartphone come blocchi esperienziali

Per capire cosa intende Jonathan Haidt con il termine experience blocker, basta osservare un pomeriggio qualsiasi in una sala d’attesa, su un autobus o perfino durante la ricreazione a scuola: ragazzi e ragazze chini sugli schermi, dita che scorrono, occhi che si muovono velocissimi, ma fissi. Tutto il resto scompare: i suoni, i corpi, lo spazio, il tempo. È un’immersione completa, ma in un ambiente che non è reale.

Il problema non è lo strumento in sé. Gli smartphone sono utili, versatili, perfino affascinanti. Io adoro il mio smartphone, che mi permette di fare tantissime cose belle e utili. Ho persino pubblicato un libro intitolato “Ama il tuo smartphone come te stesso“! Ma quando gli smartphone diventano il canale principale – se non l’unico – attraverso cui un ragazzo si relaziona col mondo, ecco che iniziano a bloccare l’esperienza diretta, viva, grezza. Quella fatta di sguardi, odori, rumori, corse, piccoli traumi, conquiste quotidiane. Quella che ci fa crescere.

Un tempo si parlava di “tempo sprecato” davanti alla TV. Ora si tratta di tempo non vissuto. È il tempo dell’interfaccia, dove tutto è mediato, curato, levigato da un algoritmo. È lì che lo smartphone si trasforma in experience blocker: non ci toglie semplicemente del tempo, ci sottrae l’opportunità stessa di diventare.

Haidt osserva che a partire dal 2012 – l’anno in cui lo smartphone è diventato onnipresente tra i giovani – si è registrato un crollo delle attività non strutturate tra i ragazzi: meno gioco libero, meno sport, meno sonno, meno interazioni faccia a faccia. Aumentano invece l’ansia, la depressione, la solitudine. Non è difficile capire il nesso.

smartphone tra i giovani

A partire dal 2012 si è registrato un crollo delle attività non strutturate tra i ragazzi.

E se l’effetto “experience blocker” colpisse anche la democrazia?

Non sono solo i ragazzi a essere colpiti. Johann Hari, nel suo libro “L’attenzione rubata“, sottolinea come la crisi dell’attenzione riguardi l’intera società e metta in pericolo persino la democrazia.

La capacità di attenzione – individuale e collettiva – è la base per qualsiasi riflessione profonda, per l’empatia, per il confronto civile. Ma se siamo costantemente interrotti, distratti, polarizzati da algoritmi che premiano la reazione immediata e l’indignazione, perdiamo la capacità di ascoltare, valutare, comprendere. La democrazia, secondo Hari, è sotto attacco da idee sempre più polarizzate e totalitarie che circolano senza controllo sui social e sui siti.

La distrazione cronica non ci rende solo meno presenti nella nostra vita: ci rende anche cittadini meno lucidi, meno capaci di immaginare un futuro comune. In questo senso, gli smartphone – e i meccanismi che li governano – non bloccano solo le esperienze personali, ma anche la costruzione di un’esperienza democratica condivisa.

La consapevolezza interrotta

L’attenzione è la porta d’ingresso alla consapevolezza. Ma oggi, quella porta è quasi sempre socchiusa, quando non sbattuta in faccia. Ogni notifica, ogni vibrazione, ogni richiamo dello smartphone è come un bussare incessante: “Ehi, guarda qui. C’è qualcosa di più importante di ciò che stai vivendo ora!”

È così che la nostra mente impara a vivere in superficie, a saltare da un pensiero all’altro, da uno stimolo all’altro, come un sasso che rimbalza sull’acqua senza mai affondare.

Ma la consapevolezza ha bisogno di profondità. E questa profondità si conquista solo restando con ciò che c’è: un respiro, un’emozione, uno sguardo, una passeggiata, persino un momento di noia. Senza il bisogno immediato di “coprire” quel momento con uno schermo.

Quando perdiamo la capacità di restare, perdiamo anche la capacità di sentire. E questo vale per i ragazzi tanto quanto per noi adulti. Lo smartphone non è solo un oggetto che distrae: è un modello di attenzione che ci disabitua all’ascolto, al silenzio, alla riflessione.

Se i bambini non giocano più e gli adulti non pensano più, chi si prenderà cura del presente?

Mindfulness: disattivare il pilota automatico

La mindfulness è l’arte di esserci. Con tutto il corpo, con tutta la mente. È il contrario esatto della distrazione continua a cui ci abitua lo smartphone. Esige “una partecipazione stupita a questo gioco”, come ha detto la poeta Wislawa Szymborska.

Praticare la mindfulness significa tornare a casa: nel respiro, nelle sensazioni, nel momento presente. Significa ricordare – ogni volta – che c’è un modo diverso di stare nel mondo. Un modo che non richiede di reagire a ogni stimolo, ma di osservare, accogliere, scegliere.

La mindfulness non è fuga, non è chiudere gli occhi. Al contrario, è aprirli del tutto. È guardare lo schermo spento e sentire, per un istante, cosa accade dentro. È camminare senza meta e accorgersi del vento sulla pelle. È spegnere le notifiche e ascoltare il silenzio.

Per questo la mindfulness può essere una risposta concreta al blocco esperienziale. Non solo come pratica formale, ma come stile di vita. Possiamo insegnare ai ragazzi a notare come si sentono prima e dopo l’uso del telefono. Possiamo proporre loro micro-esercizi di attenzione, come ascoltare il suono di una campana o assaporare un morso con consapevolezza. Possiamo farlo anche noi, adulti smarriti in scroll infiniti.

Ogni atto di consapevolezza è un piccolo atto di ribellione alla distrazione sistematica. Un atto di cura.

WISE-UP: educare alla consapevolezza digitale

wise-up mindfulness nelle scuoleIl progetto WISE-UP nasce proprio da queste domande: come possiamo aiutare i ragazzi a sviluppare una relazione sana con la tecnologia? Come possiamo trasformare gli smartphone da blocchi esperienziali in strumenti di crescita?

WISE-UP propone percorsi di educazione digitale che mettono al centro la consapevolezza. Non si tratta di demonizzare gli strumenti, ma di imparare a usarli con attenzione, senso critico e presenza mentale. Offriamo laboratori nelle scuole, formazione per gli insegnanti, esercizi ad hoc da svolgere in classe, strumenti pratici per riconnettersi con l’esperienza reale.

La consapevolezza non è un lusso, è una necessità. Soprattutto per chi cresce oggi, in un mondo dove l’attenzione è diventata una merce. WISE-UP è un invito a rialzare lo sguardo, ad abitare di nuovo la realtà, a diventare cittadini consapevoli nel tempo digitale.

Conclusione: il tempo che ci forma

Quando ripenso a quei pomeriggi passati nei giardini pubblici, tra infortuni, insulti e scelte discriminatorie, non posso dire che fossero belli. Ma erano veri. Erano pieni di corpo, di emozioni, di sfide, di crescita. Erano miei. A ripensarci, persino perdermi e non riuscire a trovare la strada di casa, come tante volte mi è successo, non è stato per niente bello, ma di certo formativo.

Oggi rischiamo di lasciare ai nostri figli un’infanzia “sintetica”, costruita da altri, progettata per catturare l’attenzione, non per formare la coscienza. Ma non è troppo tardi. Possiamo ancora restituire ai ragazzi – e a noi stessi – il diritto a vivere esperienze vere, difficili, imperfette. Il diritto alla noia, al gioco, alla scoperta. Il diritto di essere presenti.

Spegnere lo schermo, a volte, non è una rinuncia. È un ritorno. A sé, agli altri, al mondo.

📌 Mini-guida: come aiutare i ragazzi a non cadere nel blocco esperienziale

Una lista semplice e concreta per genitori, educatori e chiunque voglia accompagnare i più giovani verso una crescita più consapevole:

  1. Fai domande vere
    Chiedi “Come ti sei sentito oggi, senza il telefono?” invece di “Hai finito i compiti?”
  2. Dai l’esempio
    Mostra che anche gli adulti possono usare il telefono con attenzione e misura.
  3. Rendi la noia possibile
    Non intervenire subito con uno schermo. La noia è l’anticamera della creatività.
  4. Spazi “screen-free”
    Tavola, letto, bagno, auto: stabilire zone e momenti liberi da dispositivi.
  5. Micro-meditazioni insieme
    Un respiro consapevole, trenta secondi di silenzio, ascoltare il corpo. Piccoli momenti che fanno la differenza.
  6. Giochi veri
    Offri tempo e spazio per esperienze fisiche, libere, non strutturate e senza la supervisione degli adulti.
  7. Racconta la tua infanzia
    Condividere storie di esperienze “analogiche” crea un ponte tra generazioni.
  8. Lascia autonomia
    I ragazzi crescono attraverso l’esperienza diretta. Lasciali fare, anche sbagliando.
  9. Non avere paura di lasciarli da soli
    Passare del tempo fuori di casa, senza gli adulti, è fondamentale per costruire identità, pensiero e immaginazione.
  10. Tempo nella natura
    Ogni uscita all’aperto è un reset. Il contatto con la natura ripristina l’attenzione e calma la mente.
lo smartphone come blocco dell'esperienza nei ragazzi
[La foto sullo smartphone come experience blocker è di Julia M Cameron]

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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