Diventare giardinieri di sé stessi

coltivare la mente

Nell’ultimo post ho mostrato un giardino giapponese per introdurre un’immagine che mi sta a cuore: quella del nostro spazio interiore come un giardino da curare. Vorrei tornarci, perché non si tratta di una metafora fine a sé stessa. È un modo molto preciso di intendere cosa facciamo quando meditiamo, e quanto possiamo incidere sulla qualità della nostra vita.

Bhavana: meditare è coltivare

Nei testi buddhisti più antichi, scritti in lingua pali, la parola più usata per indicare la meditazione è bhavana. Letteralmente significa “far divenire”, “portare a maturazione”, “coltivare”. Già la parola, quindi, ci dice qualcosa di importante: la mente non è qualcosa da controllare o da addomesticare, ma da coltivare, giorno dopo giorno, come un giardiniere fa con il suo giardino.

Nella tradizione Theravada questa coltivazione ha due dimensioni:

  • samatha bhavana, coltivare la calma,
  • vipassana bhavana, coltivare la visione profonda.

Ma l’immagine del coltivare attraversa tutto il buddhismo, fino ai maestri zen contemporanei come Thich Nhat Hanh.

I semi della coscienza deposito

Proprio Thich Nhat Hanh, riprendendo la cosiddetta psicologia buddhista, offre un’immagine molto chiara. Nella nostra mente esiste una componente che possiamo chiamare coscienza deposito: l’insieme di tutto ciò che si accumula nel tempo, frutto sia della nostra esperienza personale sia della coscienza collettiva. Lì dentro riposano i semi di ogni possibile stato mentale: i semi della gioia, ma anche quelli della rabbia, della paura, dell’ansia, della compassione. Ci sono tutti.

coscienza mentale e coscienza deposito

Coscienza mentale e coscienza deposito secondo il modello buddhista.

 

La pratica, allora, consiste in un’innaffiatura selettiva. Possiamo scegliere quali semi annaffiare deliberatamente, per esempio quelli della compassione e della gioia. Nella vita di tutti i giorni i semi vengono innaffiati comunque, anche senza la nostra volontà: se qualcuno ci ferisce con le sue parole, quelle parole annaffiano i semi della nostra rabbia e li fanno crescere. Non possiamo evitarlo del tutto, ma possiamo compensarlo, affiancando a ciò che ci capita un’innaffiatura intenzionale dei semi che vogliamo davvero far fiorire.

Ciò che ripetiamo si rafforza

Usciamo un attimo dalla metafora del giardino. Intuiamo bene che insistere su qualcosa lo rafforza. È come un sentiero: più lo si percorre, più diventa marcato. O come la pioggia che, incanalandosi sempre negli stessi punti, col tempo scava dei solchi nel terreno.

Anche i testi buddhisti lo dicono:

ciò a cui la mente pensa spesso diventa la sua inclinazione
(Dvedhavitakka Sutta, Majjhima Nikaya 19).

Se occupiamo la mente con certe cose, quelle cose diventano il nostro modo di essere: creiamo vere e proprie abitudini mentali. Ed è esattamente ciò che ci conferma oggi la scienza. Sappiamo che a certi pensieri corrispondono nel cervello determinate reti di neuroni, e che ripetendo quei pensieri quelle reti si rafforzano, fino a riattivarsi con sempre maggiore facilità. È lo stesso processo con cui impariamo qualcosa a memoria. Allo stesso modo possiamo coltivare abitudini positive: pensieri, parole e azioni che, ripetuti, diventano via via più probabili, mentre indeboliamo quelli che giudichiamo dannosi.

Il karma come responsabilità

Tutto questo si lega al concetto di karma, inteso però nel suo senso più autentico: non un destino ineluttabile a cui siamo consegnati da una forza misteriosa, ma la conseguenza delle nostre azioni. La parola karma significa proprio “azione”, e in senso ampio comprende pensieri, parole e azioni, perché dai pensieri nascono le parole e dalle parole, o dai pensieri stessi, nascono le azioni. Non a caso, nel canone pali, il Buddha afferma:

“È l’intenzione, o monaci, ciò che chiamo karma”
(Nibbedhika Sutta, Anguttara Nikaya 6.63).

Compiere certe azioni oggi crea le condizioni per le azioni di domani. Comportandoci in un certo modo, stiamo creando le condizioni per il nostro sé futuro: siamo noi, in qualche misura, a forgiare il nostro carattere e quindi il nostro destino, prendendo certe abitudini piuttosto che altre. Coltivare la propria mente significa esattamente questo: creare le condizioni per chi saremo, ed essere in qualche modo padroni del nostro stesso destino, invece di affidarci a qualcosa di incerto che dovrebbe venire da fuori.

Essere isole per se stessi

C’è un’altra immagine, bellissima, che viene dalla tradizione buddhista. Nel suo ultimo discorso, rivolto al discepolo prediletto Ananda, il Buddha disse:

“Siate isole per voi stessi, siate rifugio per voi stessi, non cercate alcun altro rifugio”
(Mahaparinibbana Sutta, Digha Nikaya 16).

Essere isole non è un invito a isolarci. È un invito a confidare in noi stessi nel determinare il nostro destino e nell’affrontare il tema della sofferenza. Significa capire fino in fondo che questo spazio, questo giardino che sono la nostra mente e il nostro corpo, è affidato unicamente a noi: ne abbiamo la piena responsabilità, e sta a noi indirizzarlo in un senso piuttosto che in un altro.

Verificare di persona

Da qui discende un atteggiamento pragmatico: non credere in entità esterne che possano salvarci, che siano dèi, guru, insegnanti o eventi che continuiamo ad aspettare, ma confidare nella nostra capacità di coltivare con pazienza i nostri stati mentali salutari.

Il Buddha stesso esortava i suoi allievi a non prendere per oro colato le sue parole, a non accettare acriticamente nemmeno i suoi insegnamenti. Al contrario di tanti altri maestri, diceva: provate ciò che vi dico, ma verificate di persona se per voi funziona (è il celebre invito del Kalama Sutta, Anguttara Nikaya 3.65).

Essere isola per se stessi, essere giardinieri del proprio giardino, vuol dire proprio questo: andare a vedere quello che soltanto noi possiamo vedere, perché riguarda i nostri stati mentali interni.

Da un lato è una grande responsabilità, perché siamo responsabili anche di ciò che portiamo all’esterno e di come influenziamo gli altri. Dall’altro è una grandissima libertà.

Il paradosso: coltivare è già il risultato

C’è un ultimo paradosso, ed è forse il cuore di tutto. Questa coltivazione non è finalizzata a ottenere un raccolto, come accade di solito in agricoltura. Ciò che conta è il coltivare stesso. Il grande maestro e poeta zen Dogen affermava che la pratica e il risveglio sono una cosa sola: non si pratica per ottenere il risveglio, è la pratica stessa a essere risveglio. Lo stesso concetto è stato ripreso da Jon Kabat-Zinn, che ha posto al centro della pratica l’atteggiamento del non-striving, il “non sforzarsi”: la meditazione non è uno sforzo per ottenere qualcosa, non c’è nulla da raggiungere, nessuna attesa di un raccolto futuro.

Il giardiniere, in fondo, non è felice solo quando arriva il raccolto. È felice proprio mentre coltiva.

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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