Siediti e basta: perché meditare senza obiettivi funziona meglio

Quasi tutti arriviamo alla meditazione spinti da un bisogno. Vogliamo essere meno stressati, più concentrati, più sereni. Vogliamo dormire meglio, reagire di meno, diventare una versione più calma e più saggia di noi stessi. Una recente indagine ha mostrato che le motivazioni più frequenti che spingono le persone a meditare sono rilassarsi, ridurre lo stress, gestire meglio le emozioni e migliorare la concentrazione.

I risultati di un sondaggio che svela le motivazioni alla base della scelta di praticare la meditazione.
È un desiderio legittimo, comprensibile, persino sano. Eppure dentro questo desiderio si nasconde un piccolo equivoco che, se non lo guardiamo in faccia, finisce per ostacolare proprio ciò che cerchiamo.
Il piccolo grande equivoco
L’equivoco è questo: pensiamo che la meditazione serva a ottenere qualcosa.
Nel momento in cui ci sediamo con un obiettivo, mettiamo in moto un meccanismo profondamente radicato nella nostra coscienza. Una parte di noi comincia a misurare: sto meditando bene? Sono abbastanza calmo/a? Quanto manca al risultato? Si attiva un controllore, un “io che fa” che valuta, corregge, si impazientisce perfino. Ma quel controllore teso verso il traguardo è esattamente la mente agitata che la meditazione dovrebbe sciogliere. Cerchiamo la quiete con lo stesso movimento che la disturba. È come voler addormentarci sforzandoci di dormire: più ci proviamo, più restiamo svegli.
Per questo molti maestri insistono su un atteggiamento che a prima vista sembra controintuitivo: non sforzarsi, non perseguire, non voler ottenere nulla. Jon Kabat-Zinn lo chiama non-striving (senza sforzo) e lo colloca tra gli atteggiamenti fondamentali della pratica. Non significa certo meditare senza cura o senza impegno. Significa cambiare la relazione con l’esperienza: smettere di trattare questo momento come un gradino verso un altro momento, più desiderabile, che deve ancora arrivare. La meditazione non è un mezzo per arrivare altrove. È un modo di essere pienamente dove già siamo.
Un’intuizione che viene da lontano
Il cuore di questa intuizione viene da lontano. Shunryu Suzuki invitava i suoi allievi a praticare senza alcuna idea di guadagno, senza la pretesa di ottenere o di diventare qualcosa. E secoli prima il maestro Dōgen aveva spinto il pensiero ancora più in là: la pratica non è uno strumento per raggiungere la consapevolezza in un futuro lontano, perché sedersi in presenza è già, qui e ora, la realizzazione che cerchiamo. Non meditiamo per diventare presenti. Nell’atto stesso di sederci senza pretese, la presenza è già qui.
Sembra un gioco di parole, ma è un capovolgimento radicale. Toglie alla pratica il peso del futuro: non c’è più una meta lontana da raggiungere a forza di sedute, non c’è una pagella da riempire. C’è solo questo respiro, questo corpo, questo istante, accolti senza la fretta di trasformarli.
Il testimone assente
Un altro aspetto da considerare è quello del “testimone”. Il testimone è quella metafora che si usa per indicare l’atteggiamento di auto-osservazione che possiamo avere in meditazione. Man mano che ci disidentifichiamo dai pensieri che formuliamo, dalle emozioni che proviamo e perfino dal corpo che abitiamo, diventiamo sempre più in grado di osservare tutto ciò che (ci) accade con equanimità e senza giudizio.
Sapersi guardare come farebbe un testimone neutrale è una grande conquista: ci permette di pensare e al tempo stesso essere consapevoli che stiamo pensando, di provare un’emozione e al tempo stesso essere consapevoli che la stiamo provando.
Ma se quando ci sediamo in meditazione ci proponiamo di “ottenere” qualcosa – la calma, il silenzio mentale, una bella esperienza – installiamo sempre un “io che fa”, un controllore che misura, valuta, corregge. Quel controllore è esattamente ciò che copre il testimone. Il testimone non è un risultato da raggiungere alla fine di un percorso: è ciò che resta quando il fare allenta la presa. Più che costruirlo, smettiamo di coprirlo.
La finalità ci proietta costantemente nel futuro: facciamo le cose per qualcos’altro. La non-finalità ci riporta qui, ed è qui che il testimone abita. Nei momenti in cui riusciamo ad agire senza scopo, si apre uno spazio in cui osserviamo senza identificarci. È lo stesso movimento, dentro e fuori dal cuscino.
Ajahn Chah lo diceva in modo molto semplice:
se lasci andare un poco, trovi un poco di pace; se lasci andare molto, trovi molta pace; se lasci andare del tutto, trovi pace completa.
Il testimone emerge nella misura in cui smettiamo di afferrare – anche di afferrare la meditazione stessa.
Perché meditare se non posso ottenere nulla?
A questo punto una domanda è inevitabile: ma allora, se non devo ottenere nulla, perché mi siedo? Non rischio di scivolare nell’indifferenza, nel lasciar correre, in una pratica fiacca e senza direzione?
No, non c’è alcun rischio. La non-finalità (o non-ottenimento) non è passività. Non è rinuncia a praticare, è rinuncia ad afferrare. Continuo a sedermi ogni giorno, con costanza e con cura: la differenza è che smetto di farlo per ottenere un premio. Allora accade qualcosa di curioso. I benefici che inseguivo – la calma, la lucidità, una presenza più stabile – potrebbero arrivare davvero, ma di lato, come effetto e non come “bottino”. Arrivano proprio perché abbiamo smesso di rincorrerli. La quiete non si conquista: si lascia accadere, nello spazio che si apre quando deponiamo le pretese.
Questa scoperta non resta confinata allo spazio del cuscino. Gran parte della nostra vita è vissuta in funzione di qualcos’altro: lavoriamo per il weekend, mangiamo guardando il telefono, percorriamo una strada pensando già all’arrivo. La meditazione ci rieduca a un altro modo di stare: fare per fare, camminare per camminare, respirare senza voler migliorare il respiro. In quei momenti senza scopo qualcosa si distende, e ci accorgiamo che eravamo già arrivati.
La mia raccomandazione, a questo punto, è la seguente: la prossima volta che ti siedi, prova a deporre ogni proposito. Non meditare per. Quando propongo una pratica di meditazione guidata nel corso di un incontro della community di Zen in the City, inizio quasi sempre con queste parole:
Mi preparo a questa seduta sgombrando il campo da qualsiasi desiderio di ottenimento: praticherò senza voler ottenere nulla in particolare.
È forse la cosa più difficile che possiamo chiedere alla nostra mente. Ed è anche, paradossalmente, la più riposante.
Meditazione guidata del “testimone”:
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