Ego e stress: due compagni inseparabili da riconoscere e lasciar andare

ego e stress

Oggi vorrei parlarvi del rapporto tra ego e stress, un’accoppiata molto spesso presente nella nostra vita, che è causa di molti problemi, perfino di malattie fisiche. Ma includerò anche una buona notizia: quella che possiamo liberarci dalla loro stretta nefasta.

Come l’ego contribuisce allo stress

Credo che tutti abbiamo fatto esperienza della ricerca di gratificazione. È quel desiderio che ci sia qualcuno/a a dirci “ma quanto sei bravo, continua così!”.

Se ritorno indietro alla mia prima infanzia, i feedback degli adulti, rispetto ai miei comportamenti, contemplavano questa possibilità. Anzi, la gratificazione era ritenuta un sano incoraggiamento per consolidare l’autostima di me bambino. Più incoraggiamenti ricevevo, più mi sentivo appagato e soddisfatto di me stesso. Ma questo appagamento era tale soprattutto in relazione con gli altri. Perché a casa si trattava di rispondere alle aspettative dei genitori, ma quando si entrava nell’arena sociale, tipicamente a scuola, tutto si giocava nel confronto con i coetanei.

Sentirsi gratificati e riconosciuti dagli altri, ma soprattutto a confronto con gli altri: quanto era appagante! E la scuola in qualche modo certificava nero su bianco questo confronto, per mezzo dei voti. Io ho avuto la fortuna di avere sempre buoni voti, nella mia carriera scolastica, perché ero molto bravo a capire quello che gli adulti si aspettavano da me. Su quelle medie alte ha preso vigore il mio ego. È stato nutrito nel tempo talmente bene, che ora me lo ritrovo qui accanto, mentre scrivo, sempre in buona forma.

pagelle

I “quadri”, che alla fine dell’anno scolastico consentivano di consultare tante pagelle insieme, una accanto all’altro, erano una quintessenza del confronto, sulla base del quale si formavano le giovani generazioni.

Per me è sempre prezioso ricordare la storia della sedia vuota nel monastero zen:

Un novizio, durante una visita a un antico monastero zen immerso tra le montagne, notò con curiosità che nella sala dove i monaci si riunivano per la meditazione e per gli insegnamenti del maestro c’era sempre una sedia vuota, accuratamente posizionata in cerchio insieme alle altre. Dopo qualche giorno, non riuscendo più a trattenere la domanda, chiese al maestro il motivo di quella presenza silenziosa. Il maestro sorrise e gli spiegò che quella sedia era riservata all’ego, l’ospite che ognuno porta inevitabilmente con sé, anche nei luoghi più sacri e nei momenti più puri di consapevolezza. Ricordare la sua presenza, aggiunse, non serviva a scacciarlo, ma a riconoscerlo, a vederlo per ciò che è — un’ombra che si dissolve solo quando non cerchiamo più di combatterla.

L’importanza di vedere l’ego

La storia della sedia vuota è importante, perché ci insegna a non sottovalutare l’importanza dell’ego. Esso è presente in ciascuno di noi, nessuno escluso. Quello che cambia è solo la gradazione. Per qualcuno è una forza preponderante che guida ogni pensiero, parola e azione. Per altri se ne sta sopito, in disparte, pronto a manifestarsi non appena se ne presenta l’occasione, magari in forma poco evidente.

Dobbiamo prendere esempio dal Buddha, che per liberarsi dal maligno Mara, anziché scacciarlo o combatterlo, diceva: «Ti vedo, Mara», invitandolo perfino a prendere un tè con lui. E Mara dopo un po’ se ne andava.

Possiamo fare lo stesso con l’ego e dire: «Ti vedo, ego». Vi garantisco che il risultato è assicurato. L’ego, infatti, prospera nell’ombra, quando non è visto. Si nutre della nostra identificazione con i pensieri, con le emozioni, con il corpo. Vuole farci credere che, rispetto alla nostra persona, ci sia qualcuno al comando, qualcuno da nutrire, da proteggere, da difendere rispetto agli attacchi esterni. In questo modo, facciamo uno sforzo continuo, per tutta la vita, per stare su una difensiva, per avere sempre qualche obiettivo da raggiungere.

Come l’ego nutre lo stress

Vedere l’ego è il passo essenziale per depotenziarlo. Ne possiamo osservare le caratteristiche. Ad esempio, quella di essere sempre affamato di approvazione esterna, di riconoscimenti, di complimenti. Tale fame è vorace e si manifesta in ogni circostanza: nelle relazioni, in famiglia, nel lavoro.

È chiaro che questa continua ricerca di approvazione è una fonte di ansia e di stress micidiale, ci fa sentire insicuri. Ci fa credere che ci manca sempre qualcosa. E allora la nostra vita si trasforma in un inseguimento continuo, senza sosta. È come se fossimo animali che non sono mai sazi e pertanto devono passare l’intera propria esistenza a lottare per il cibo.

La costante preoccupazione per l’immagine di sé porta anche un continuo confronto con gli altri, che è tra le più grandi fonti di sofferenza. Il maestro zen Thich Nhat Hanh parla dei tre complessi che ci vincolano: il complesso di inferiorità, il complesso di superiorità e il complesso di uguaglianza. A volte ci sentiamo superiori gli altri, a volte inferiori, altre volte ancora vorremmo essere come gli altri. Questo pone la paura di fallire alla base della nostra vita.

Inoltre, a causa dell’ego, tendevo a prendere tutto sul personale. L‘ego ci porta a credere di essere al centro dell’universo, interpretando critiche, fallimenti o rifiuti come attacchi personali diretti. Questa reazione difensiva amplifica inutilmente i conflitti e le tensioni emotive, poiché ci sentiamo costantemente minacciati.

La tendenza a prendersela sul personale deriva da quella di identificarci con ciò che pensiamo, ciò che proviamo, oppure con il nostro corpo. Incapaci di vedere la natura impersonale (perché derivante da tanti fattori, per lo più esterni a noi) di ogni fenomeno che ci riguarda, finiamo con l’identificarci con il nostro ruolo lavorativo, ad esempio, o quello familiare, o con quello che pensiamo sia il nostro carattere, o con le nostre idee. Questa tendenza all’identificazione ci rende estremamente vulnerabili.

Come la mindfulness ci può aiutare

La mindfulness può fare molto per liberarci della stretta dell’ego. Ci permette per l’appunto di osservarlo, di smascherarne la presenza occulta, e quindi essere molto più liberi dalle ansie che derivano dai suoi desideri di ottenimento.

Praticando regolarmente la mindfulness, impariamo a osservare da vicino e con cura il nostro corpo, le sensazioni che si manifestano attraverso il corpo, i nostri stessi pensieri. Questa capacità di osservazione di noi stessi – nota anche come metacognizione – ci rende molto più liberi dall’ego. Possiamo ottenere in ogni istante della vita quell’effetto che possiamo sperimentare con lo psicoterapeuta, l’effetto di qualcuno che è in grado di osservare senza giudizio quello che avviene in noi.

Se questo argomento ti interessa, ti invito ad approfondirlo insieme a me, partecipando al prossimo webinar sullo stress. Troverai maggiori informazioni cliccando sull’immagine qui in basso.

[La foto su ego e stress è di Elizaveta Dushechkina, Ucraina]

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Paolo Subioli

Insegno meditazione e tramite il mio blog Zen in the City propongo un’interpretazione originale delle pratiche di consapevolezza legata agli stili di vita contemporanei.

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