Quello che senti non sta mai fermo

Stavo meditando, l’altro giorno, quando è arrivato un clacson dalla strada.
Posso raccontarti quel clacson in due modi. Il primo: è passato un camion sotto casa e ha suonato. Il secondo: è arrivata una vibrazione, è cresciuta, ha avuto un picco, si è sfrangiata in una coda e non c’era più. Nel frattempo qualcosa nel petto si era irrigidito per un attimo.
Il primo racconto è più preciso, e più utile se devo spiegare a qualcuno cos’è successo. Ma descrive come fermo qualcosa che fermo non è stato per un solo istante.
Il nome è fermo, la cosa no
L’ho notato praticando in queste settimane, e se ne parla poco. Nel momento in cui do un nome a un fenomeno, “il clacson di un camion”, “il mal di schiena”, “il prurito”, lo chiudo in una categoria che non ha durata. La parola sta ferma. La sensazione no: va, viene, cambia di intensità, sfuma in qualcos’altro.
E c’è un rovesciamento. Verrebbe da pensare che prima osservo il mondo in movimento e poi, se voglio, gli tolgo le etichette. Succede il contrario: è perché ho smesso di nominare che il mondo mi appare in movimento. Finché resto sui concetti, tutto è immobile come le voci di un catalogo. Appena scendo sotto le parole, tutto pulsa.
Cosa vedi quando smetti di nominare
Nella tecnica di base della meditazione siamo in contatto con ciò che c’è adesso. E ciò che c’è non sta mai fermo.
Il respiro, per cominciare. L’aria che entra fa una cosa al corpo, l’aria che esce ne fa un’altra, e non sono mai due respiri identici. Poi le sensazioni, a ogni livello, piacevoli, spiacevoli, neutre, che affiorano e si ritirano. I suoni e i contatti che arrivano dalle porte dei sensi. La mente fa lo stesso: tende a produrre pensieri senza sosta, ma se resti attento/a la vedi trasformarsi di continuo, e vedi le emozioni cambiare di tono, alcune così lievi da essere quasi impercettibili.
Non contempli un panorama fisso. Assisti a un processo, e ne fai parte. È la differenza tra chiederti “come sto?” e chiederti “cosa c’è adesso?”. La seconda domanda ti mette nella posizione di chi guarda i fenomeni accadere, invece che del protagonista che si giudica. (Ne ho scritto in Meditazione del “Cosa c’è adesso?”.)
La cerniera tra il corpo e la mente
Questi due ambiti, il corpo e la mente, li descrivo separati per comodità, ma separati non sono. C’è una cerniera che li tiene insieme, e il buddhismo le ha dato un nome: vedanā, il tono di sensazione.
Attraverso i sensi mi arriva qualcosa dall’esterno. Il corpo lo registra come piacevole, spiacevole o neutro. Su quel tono la mente reagisce, quasi sempre con attaccamento verso il piacevole e avversione verso lo spiacevole. La vedanā è il punto in cui un evento corporeo diventa un evento mentale. È il cuore dell’esperienza che facciamo della realtà, il meccanismo che ci muove tutto il giorno senza che ce ne accorgiamo. E le sensazioni più sottili, quelle neutre, quelle che non chiedono niente, sono il terreno più prezioso, perché non ci trascinano da nessuna parte (ne ho scritto in Perché le sensazioni neutre sono la chiave della meditazione).
Ecco perché non ci si annoia mai
Arrivo così alla cosa che sorprende di più chi non medita: in questa dimensione non ci si annoia mai. Si può stare seduti a lungo senza che venga voglia di alzarsi.
La noia è un fenomeno del contenuto. Ci si annoia di ciò che si è già catalogato, di ciò di cui sappiamo già cos’è. Ma una sensazione grezza non si ripete mai identica. Non c’è niente da sapere, lì: c’è tutto da vedere. È per questo che la realtà, guardata così, è molto più varia e mossa di come il linguaggio ce la racconta.
Però non stai monitorando niente
Verrebbe da descrivere tutto questo come un monitoraggio: me ne sto lì a tenere sotto controllo l’organismo che cambia. Immagine comoda, e sbagliata.
Viviamo circondati da strumenti che misurano il corpo: lo smartwatch che conta i battiti, il tracker che valuta il sonno, l’app che ci dice quanti passi abbiamo fatto. Misurano dall’esterno, in numeri, in differita. Stamattina leggo com’è andata la notte. La meditazione lavora dall’interno, in tempo reale, senza numeri. E in un cruscotto chi legge è separato da ciò che legge, mentre qui chi osserva e ciò che è osservato coincidono. Non guardo un organismo: sono l’organismo che si sente. Il dualismo tra osservatore e osservato è concettuale, un’altra etichetta.
Una precisazione
Togliere la narrazione a un prurito o a un fastidio lieve è liberatorio. Ma “osservo il dolore come puro evento, senza aggiungere storie” è un’istruzione da maneggiare con cura quando il dolore è cronico, o quando affiora materiale difficile, ferite antiche. Lì, presa alla lettera, può scivolare nella dissociazione, nel far finta di non sentire.
È necessario togliere la narrazione, il “non finirà mai”, il “non dovrei sentirmi così”. Non la cura di sé. Se una sensazione è troppo forte, la cosa saggia non è fissarla a denti stretti, ma tornare a un appoggio sicuro, il respiro, i piedi per terra, e avvicinarsi solo quel tanto che si riesce a reggere (ne ho scritto in Provi dolore? Con la metta puoi evitare la seconda freccia).
Provaci anche tu
La prossima volta che ti siedi, aspetta il primo suono che arriva, un clacson, un frigorifero, una voce lontana. Non chiederti da dove viene. Segui solo la sua forma nel tempo: come nasce, dove arriva, come si spegne. Guardalo come guarderesti un’onda, senza volerla trattenere.
Poi fai lo stesso con una sensazione del corpo, purché lieve: un punto di calore, un formicolio, una tensione. Non “il mal di schiena”. Solo questo, adesso, così com’è. E com’è un attimo dopo.
Non è mai la stessa cosa due volte. Ed è questo che la rende interessante.
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